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Il fascino del male: perché preferiamo i cattivi?

Quanti di voi si sono ritrovati  guardando un film o leggendo un libro a tifare più per l’antagonista che per il protagonista? Quanti non sono rimasti impassibili di fronte al sadismo e  alla crudeltà di Alex il Drugo? O hanno ammirato il Joker di Ledger e l’Hannibal di Hopkins?
Questi sopracitati sono solo un paio dei tanti “cattivi” che hanno lasciato il segno nella storia, che hanno saputo catturare, essendo dal lato sbagliato della legge. Fra poco Batman v Superman uscirà allo scoperto, ma perché allora tutti aspettiamo nuove immagini del Joker?
Diciamolo, non c’è ragione o parola che tenga: il fascino del cattivo, dell’antieroe o del mostro funziona sempre.
E allora si pone l’ennesima domanda: perché invece di leggere queste parole non siete fuori a fracassare auto, a minacciare innocenti con un coltello o divorare la faccia di ricchi magnati?
Indubbio che la distanza tra lodare un attore per la sua interpretazione e diventare un pazzo psicopatico è abbastanza lunga da percorrere tutta in una sera, ma se ci fosse di più? Se nel profondo una bestia assopita cercasse di alimentarsi di quelle sensazioni selvagge per rompere le catene che la confinano?
Già nell’antica Grecia il dilemma bene-male e cosa spingesse da una parte o dall'altra aveva fatto riflettere menti del calibro di Socrate e Platone. Il primo aveva associato il bene alla verità e alla sua conoscenza, mentre il secondo lo spiegava come quella caratteristica che conferisce alle idee la loro sostanza (il vero principio supremo dell’universo).
Obiettivamente buoni, i due filosofi, con le loro parole, avevano sintetizzato la massima: se vuoi fare strada nella vita evita casini. 
I tempi passano, le toghe bianche lasciano il passo alle pelli animali, al ferro delle armature e ai bei vestiti pomposi dell’Età Moderna.
E in una Francia in pieno clima rivoluzionario il filosofo Jean-Jacques Rousseau affermò nelle sue opere che l’uomo in natura è buono poiché vive per soddisfare soltanto i bisogni primari (mangiare, bere, riprodursi, ecc..), ma che inserito nella società diviene cattivo in quanto i bisogni primari vengono subordinati a quelli secondari (lavorare, relazionarsi, ecc …). 
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Bella fregatura insomma: o vivi in una casetta tra i boschi delle Alpi, o sei già compromesso.
E la spirale che porta al male non si esaurisce di certo qui.
Oggigiorno i sociologi attribuiscono alla massa infelicità, ansie, paure e dubbi. La definiscono come un ammasso di insoddisfazioni cosi contorto da trovare un senso di pace e serenità soltanto nel governare gli altri. 
Siamo passati da una visione elettiva del bene, ad una compromissoria fino ad arrivare ad un’arrendevole.
La violenza quotidiana che ci viene spiattellata ormai ha fatto diventare i nostri occhi ciechi alle tragedie e al male. Pian piano la follia individuale fuoriesce nelle strade e ne prende il controllo. 
Ed è proprio nelle opere di finzione (qualsiasi esse siano) che si trova la risposta.
Il “cattivo da film” offre il perfetto escamotage a questa pazzia collettiva. 
È colui che fuoriesce dalla società e dalle sue regole. 
Non pensa, agisce. Si erge temerario al di sopra del mondo e ride, di una risata malsana. 
Lo spettatore ci si immedesima per tutta la durata del crimine. Vive con lui tutto l’istinto della libertà. Divieneessi stesso un cane rabbioso che ringhia ai cancelli del sistema. E alla fine, quando il cattivo cade, cade con lui ritornando alla realtà. 
Una realtà fatta di routine, orologi e calendari. 
Si rinchiude la bestia e la si saluta fino alla prossima ora d’aria, sperando che non spezzi quelle catene.
E ricordate chebasta una giornata storta per trasformare il migliore degli uomini in un folle. Volete approfondire ulteriormente? Ecco cosa ne pensa il nostro direttore:
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