Scienza e Tecnologia

Abbiamo trovato l’acqua liquida su Marte, e adesso?

Negli scorsi giorni un team prevalentemente italiano, guidato dall’astrofisico Roberto Orosei, ricercatore dell’Istituto di Radioastronomia dell’INAF, ha annunciato di aver scoperto l’acqua liquida su Marte. O meglio, ha pubblicato su una rivista prestigiosa una ricerca che porta in modo molto convincente a questa conclusione. Quando si tratta di progressi così importanti si cerca sempre di essere cauti, e “c’è acqua liquida su Marte!” è una frase che non si può dire con leggerezza in una stanza piena di planetologi. È solo una ricerca, e raramente una sola ricerca basta a dettar legge, ma non si può sottovalutare questo risultato molto solido, ben supportato dai dati, e che ha tutte le carte in regola per rivoluzionare la nostra conoscenza del pianeta rosso, e forse della vita nell’universo. 
Non è la prima volta che scopriamo che su marte c’è acqua: l’abbiamo trovata sotto forma di ghiaccio ai poli del pianeta, osservato chiaramente da più di una missione; l’abbiamo notata come condensa sul corpo di rover come Curiosity; abbiamo fotografato dai satelliti orbitanti gli effetti della sua erosione, e abbiamo supposto che un tempo scorresse liquida sulla superficie. Soprattutto quest’ultimo aspetto stimolava delle domande: era irrealistico pensare che tutta quest’acqua liquida fosse evaporata, o ghiacciata, e molti supponevano di poterne trovare riserve estese nel sottosuolo: laghi marziani sotterranei. Ora questa ipotesi puramente teorica, grazie al team di Orosei, è supportata da interessanti osservazioni. Tali osservazioni sono dovute al Mars Advanced Radar for Subsurface and Ionospheric Sounding (MARSIS), uno strumento a bordo del satellite Mars Express dell’Agenzia Spaziale Europea. MARSIS è un radar, che colpisce la superficie del pianeta rosso con onde radio e riceve un segnale in risposta, in base al quale si possono ricavare importanti informazioni sulla natura dei materiali attraversati, e quindi identificarli. Una caratteristica in particolare molto significativa è la permittività elettrica del materiale, ossia la sua capacità di immagazzinare un campo elettrico. La permittività dell’acqua liquida ha un valore caratteristico e piuttosto differente da quello di roccia e ghiaccio, distinguendola da questi ultimi. Riconoscere quest’acqua non è stato, tuttavia, affatto semplice. MARSIS osserva il pianeta rosso da 12 anni, e nel 2007 aveva registrato in un certo punto una serie di “bright spots” nel segnale radio, che potevano suggerire un materiale interessante, ma i dati non erano consistenti. Il team responsabile della scoperta ha quindi riprogrammato MARSIS, chiedendogli di spedire sulla Terra i dati grezzi, senza operare automaticamente un algoritmo che era stato parte del processo fino a quel momento, e che si è rivelato essere il responsabile della perdita di parte dei dati. Il team ha quindi osservato lo stesso punto 29 volte dal 2012 al 2015, ottenendo finalmente un bright spot consistente largo 20 km, circa 1.5 km al di sotto del ghiaccio che ricopre il polo sud di Marte, profondo almeno qualche metro. 
La domanda successiva, assolutamente cruciale, è: com'è possibile che quest’acqua si mantenga allo stato liquido, nonostante la temperatura inferiore agli 0 °C? I principali sospettati sono due, e la risposta è probabilmente una combinazione di entrambi: la forte pressione e la massiccia presenza di sali disciolti nell’acqua. Questo è un ostacolo importante alla possibilità di trovare la vita in questo lago sotterraneo: forte salinità e temperature molto sotto lo zero non sono affatto una buona combinazione per la vita come la conosciamo. Gli studiosi sono quindi un po’ scettici sulla possibilità che questa sia la casa dei nostri misteriosi vicini marziani, ma non perdiamoci d’animo: “non c’è ragione di concludere che la presenza di acqua sotto la superficie di Marte sia limitata a questo luogo”, conclude il team responsabile della ricerca. Ed è questo forse il più interessante degli aspetti.
Abbiamo studiato laghi come questo sulla Terra, estremamente salati e nascosti sotto il permafrost del polo nord, e spesso questi laghi sono legati l’uno all’altro, a formare riserve d’acqua estremamente estese, un vero e proprio network di fiumi e bacini sotterranei. Nulla che ci sorprenda più di tanto quando parliamo del pianeta blu, ma se dovessimo trovare una cosa del genere su Marte, questo cambierebbe le cose. È dal 1980 che Steve Clifford (ricercatore del Planetary Science Institute) suppone esista, sotto il terreno perennemente ghiacciato di Marte, una riserva d’acqua che si estende per tutto il pianeta, nella quale potrebbero essersi rifugiate le forme di vita quando la superficie iniziò a seccarsi e diventare inospitale. Per confermare, o sfatare, questa ipotesi il prossimo step sarà quindi cercare laghi sotterranei altrove sul pianeta rosso, mentre qui sulla Terra si continueranno a studiare quelli che già conosciamo, alla ricerca di microrganismi che possano sopravvivere in quelle condizioni. 
Per scoprire però in modo conclusivo cosa si cela nelle acque di Marte, la verità andrà toccata con mano, penetrando la superficie. Si stanno sviluppando tecnologie per esplorare gli oceani sotterranei di Europa, luna di Giove, ma non ci solo al momento missioni programmate per fare lo stesso su Marte. Secondo alcuni, potrebbe essere meglio così. “La possibilità che la vita esista al momento da qualche parte sotto il ghiaccio polare rafforza il concetto che dobbiamo fare attenzione nelle nostre investigazioni, per evitare di contaminare Marte”, dichiara Clifford, “Ciò non solo renderebbe ambiguo il risultato di qualsiasi esperimento di ricerca della vita, ma contaminerebbe un habitat che potrebbe essere interconnesso a livello globale, portando ad un impatto molto serio su una eventuale biosfera indigena. Temo che se non siamo abbastanza attenti potremmo diventare responsabili dell’estinzione della prima vita che incontriamo su un altro pianeta”.
C’è tanto a cui pensare, e tantissime porte sono state aperte da questa scoperta. È difficile prevedere quanto di tutto quello che stiamo ipotizzando si verificherà, e quanto tempo ancora dovremo indagare prima di rispondere alle nostre domande. Per ora ci limitiamo ad emozionarci per questo straordinario risultato, e ci prendiamo un momento per essere fieri della ricerca pubblica nel nostro paese che, nonostante le difficoltà, ci regala incredibili risultati. 

Giada Rossi

Laureata in Astronomia, aspirante Astrofisica. Curiosa di natura. Scrivo soprattutto di scienza, ma preferisco parlare di cani buffi.

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