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Baby: l'altra faccia della medaglia | Recensione

L’apparenza inganna, spesso e volentieri. Le persone agiscono, fanno cose che a primo impatto potrebbero sembrare strane, pazze e senza senso: insomma, vediamo solo una faccia della medaglia. L’altra faccia, però, che fine fa? Non si sa, perché nessuno gli da’ la giusta importanza e molto spesso si dimentica della sua esistenza. C’è una serie tv che vuole mostrarci a tutti i costi questa parte oscura: stiamo parlando di Baby.

Baby è una serie tv italiana targata Netflix e vuole parlarci di un evento che ha visto protagonista la Capitale, il caso delle baby squillo. Due ragazzine dei Parioli e del loro mondo caratterizzato da sogni e delusioni.

Com’è essere adolescente in uno dei quartieri più importanti di Roma? Scopriamolo insieme in questa recensione.

Come pesci in un acquario

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La trama di Baby si concentra su due protagoniste, Chiara e Ludovica. La prima è la classica figlia perfetta, la studentessa modello acqua e sapone che non combina mai guai; la seconda è il suo opposto, è il mirino degli altri studenti, è più spericolata e non è la figlia che ogni genitore vorrebbe.

Entrambe frequentano il Carlo Collodi, un liceo privato che si trova nella zona Parioli di Roma: si tratta di due persone così diverse che, in seguito ad alcuni eventi, vengono a contatto e si trovano. Gli opposti si attraggono, si dice, ma questa amicizia potrebbe causare qualche problema.

Ciò che è necessario comprendere fin da subito è che Baby non denuncia un fatto grave come quello della prostituzione; lo scopo che si prefissa è quello di analizzare a fondo e in modo più attento ciò che viene prima, ciò che fa da background a questo scandalo.

Baby ci trasporta nelle vite di Chiara e Ludovica, e anche altri ragazzi, mostrandoci che cosa significa essere una adolescente di questi tempi: ci mostra quanto sia difficile sopravvivere al giorno d’oggi e di quanto sia complicato affrontare le proprie emozioni. Non è importante essere ricchi o frequentare un istituto scolastico prestigioso quando non si sta bene con sé stessi. Ancora una volta quindi, i soldi sì, aiutano, ma non fanno la felicità.

Già visto ma differente

Il problema di Baby è che questo aspetto dell’adolescenza tormentata e complicata ci è stato mostrato più volte da moltissime altre serie tv, oserei dire anche in modo più dettagliato e superiore (basta pensare alla serie tv inglese Skins). A conti fatti non ci sta facendo vedere nulla di nuovo.

Il vero argomento su cui doveva concentrarsi questa serie tv viene affrontato fin troppo tardi, considerando che gli episodi a nostra disposizione sono solo sei. Ciò non permette allo spettatore di entrare a pieno nella gravità della situazione, mettendo quasi da parte lo scandalo che avrebbe dovuto caratterizzare la serie.

Nonostante questo senso di “già visto, già sentito”, Baby riesce comunque nel suo intento: è reale e viene quasi spontaneo immedesimarsi nei ragazzi e in ciò che vivono. Invidia, bullismo, genitori che non ci comprendono, la scuola stressante, emozioni da ogni dove e nessun mezzo per controllare tutto ciò.

Particolarmente apprezzabili sono inoltre le doti recitative del cast, in particolare quello principale: ognuno di loro riesce ad interpretare il proprio personaggio in maniera ottima, dando quello spunto in più allo spettatore per far si che si immedesimi ancor di più.

Prodotto rovinato dalla delicatezza

Bilanciando pro e contro quindi possiamo dire che Baby è un prodotto mediocre e fin troppo soft. Per quale motivo?

Leggendo articoli di cronaca riguardo lo scandalo che colpì la Capitale nel lontano 2014, si riesce a comprendere la gravità della situazione: cocaina, ragazzine che si davano alla prostituzione solo per avere soldi con cui comprare vestiti e partecipare a feste prestigiose.

Inoltre erano presenti minacce nei confronti delle ragazze, tentativi di estorsione, video pedopornografici, sfruttamento minorile; addirittura una delle madri delle due ragazze fu coinvolta nella storia ed accusata di prostituzione minorile.

Insomma, è chiaro che si tratta di una storia delicata e grave quindi è automaticamente più complesso metterla in scena. Non è necessario essere espliciti fino al midollo ma quando si vuole parlare di un argomento simile, mostrarlo in modalità soft non va bene. E perché non va bene?

Perché c’è il rischio di concentrarsi su argomenti esterni al fatto vero e proprio: Baby, infatti, si focalizza fin troppo sul background familiare dei protagonisti. Ciò va bene ed è utile per cercare di capire i fattori principali che, in parte, hanno spinto le due ragazze a prendere quella strada ma questo purtroppo distoglie lo sguardo del pubblico dal nucleo principale della storia.

Si tratta di due ragazzine, una quattordicenne ed una quindicenne, che sono state manipolate e pressate, fino a ricevere la “spinta” necessaria per intraprendere una strada che poi non potevano più abbandonare.

Baby dimentica di denunciare un avvenimento grave, non è una serie verità e non permette al pubblico di conoscere ciò che è realmente accaduto: si mantiene lieve, soft ed è un vero peccato.

Questo problema è ancora evidente se pensiamo a Sulla mia pelle, altro prodotto distribuito dalla piattaforma di streaming quest’anno dedicato a uno scandalo romano. In quella pellicola la storia di Stefano Cucchi (per quanto tematicamente differente) era raccontata con durezza e forza, colpendo lo spettatore allo stomaco. Qui la sensazione di “pugno allo stomaco” non c’è, o comunque non è abbastanza rimarcata per il tema che affronta.

Ciò che è certo è che Baby poteva essere realizzata molto meglio di così: le basi sono estremamente buone ma non vengono sfruttate al meglio. Se mai gli sceneggiatori decidessero di fare una nuova stagione, si spera che almeno questa entri nel vivo della storia, denunciando l’accaduto e mettendo in evidenza la complessità e la drammaticità di ciò che accadde nella Capitale quattro anni fa.

 

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