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Castlevania: intrighi, politica e sangue

Abbiamo visto la seconda stagione della serie tratta dai videogiochi Konami, ecco cosa ne pensiamo

Assetati di sangue? Indubbiamente con la seconda stagione di Castlevania ne troverete molto con cui saziare la vostra sete. Dopo i quattro episodi introduttivi dell’anno scorso, accidentalmente chiamati prima stagione, Netflix sforna otto nuovi episodi e ci riporta nell’acclamato mondo videoludico Konami, che tanto ha accompagnato la nostra infanzia.

Dove eravamo rimasti?

Le vicende di Castlevania riprendono esattamente da dove l’introduzione ci aveva lasciato. Il signore dei vampiri, Vlad Tepes, in arte Dracula, infuriato per la morte violenta della moglie, decide di sterminare tutto il genere umano, colpevole dell’abominevole atto. Da ogni parte del mondo raduna le sue forze vampire e le scaglia contro la Valacchia, primo tassello di una fine globale. Ad opporsi all’ondata di tenebra troviamo Trevor Belmont, ultimo discendente di una delle più importanti famiglie di cacciatori di vampiri, Sypha Belnandes, ragazza membro dei Parlatori, con un’innata predisposizione alla magia, e infine, Alucard Tepes, il figlio di Dracula e della moglie umana, deciso a fermare il folle genocidio del padre. I tasselli per un mosaico sanguinolento e furioso ci sono tutti, eppure a fine visione si rimane soltanto con una vaga sensazione di amaro in bocca, e non è il gusto acre del sangue.

Intrighi, dialoghi, politica e poca azione

La seconda stagione si focalizza molto, troppo, sulle vicende interne del castello di Vlad, lasciando da parte il trio di protagonisti per gran parte del tempo. La sensazione di staticità che accompagna il gruppo permane per tutto il blocco iniziale di puntate, sbloccandosi soltanto verso il finale. La politica e l’introspezione dominano tutto il minutaggio dei “nemici”, assistendo forzatamente alla realizzazione della strategia da adottare per poi vederla, velocemente, messa in atto. È una stagione politica, senza dubbio, tenuta in piedi da una buona scrittura dei dialoghi che però lascia poco spazio all’azione. E non che non ne valga la pena, perché quando quest’ultima avviene si dimostra avvincente e ben realizzata. Personaggi come i due luogotenenti di Dracula, Hector e Isaac (conosciuti sicuramente dagli appassionati del videogioco), vengono ben delineanti, esplorati profondamente, togliendo però fin troppo tempo al trio.

Trevor, Sypha e Alucard rappresentano gli eroi di questa stagione, che si ergono contro il male a dispetto di quanto esso appaia imbattibile. Eppure la stessa scrittura che ha così ben delineato i dialoghi e i nemici, gli lascia un minutaggio davvero esiguo (alzandosi poi nel finale, come è giusto che sia). Le scintille tra l’umano e il mezzo vampiro, la chimica tra Belmont e Belnandes, sono così ben realizzati, che averne per così poco lascia delusi. Delusi e desiderosi di vedere di più. Ridurre l’interazione tra i protagonisti trasforma quello che poteva essere in qualcosa di irrealizzato, che lascia il sentore del comico e di possibilità infrante. Peccato perché la curiosità, dopo questa stagione, è più per esplorare le vicende passate e presenti del trio, che assistere all’ennesimo tradimento portato da un bianco sorriso.

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Combattimenti vivi, ben realizzati e sanguinosi

In compenso, l’animazione è ben realizzata, anche se a volte lasciata al caso per gli sfondi e i paesaggi. Si ha l’impressione di una telecamera zoomata sui protagonisti, ben delineati, per poi perdersi alle loro spalle. Ciò nonostante non intacca minimamente le scene di combattimento presenti. In quello che è riuscito perfettamente la scrittura, riducendola all’osso, non ha potuto l’animazione, elevando l’azione a vero motore, nascosto, dell’opera. Gli scontri sono ben realizzati, con molte strizzate a quelli videoludici (il theme dello scontro finale è una delizia per gli appassionati), senza il bisogno di scemare nella banalità o nel già visto. Siediti e goditi il sangue versato per la causa.

La sensazione finale di questa seconda stagione di Castlevania è più una strizzata d’occhio al fantasma che poteva essere, piuttosto che al vampiro bello e affascinante che doveva essere. Non è male, ma manca di quella malvagità che l’avrebbe resa un must del piccolo schermo. Le otto puntate scorrono via abbastanza lisce, con un format adeguato allo scopo, pur rimanendo quella sensazione di incompiuto nel palato. Con la terza stagione già stata confermata dalle alte sfere di Netflix, noi appassionati non possiamo che sperare che si realizzi in quel dorato calice incastonato di rubini traboccante di sangue che ci meritiamo, per poi noi bere da esso.

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Mattia Russo

Laureato in Comunicazione, Marketing e Pubblicità per farla breve. Curioso per natura, dalla vena impicciona, tendo a leggere qualsiasi cosa, con un'inclinazione al fantasy. Non sono uno che ama i silenzi e parlo troppo. Pace.

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