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E se fossimo solo dei cervelli sotto vetro?

“La scienza è un gioco per grandi”. Questa è probabilmente la prima impressione che ne abbiamo crescendo, affascinati da televisione, fumetti e videogiochi. Che si tratti di una costruzione futuristica con i Lego, un viaggio a curvatura in una puntata di Star Trek o un’improbabile strumento minerario convertito in efficace dissuasore per alieni in Dead Space, potremo sempre ricordare un momento della nostra vita in cui eravamo disposti a giurare che fosse qualcosa di assolutamente reale.
La mia convinzione è che la scienza in realtà sia davvero un gioco. Un gioco serio, come una partita di due giorni ad Axis and Allies, come una sessione di paintball tra uffici o tecnico e commerciale, come quando devi dimostrare a tuo nipote, ormai dodicenne, che nonostante gli -enta sei ancora troppo forte per lui a CoD. D’altra parte, quando eravamo bambini il gioco anche per noi era una cosa seria. È crescendo che il gioco diventa frivolo e secondario, un passatempo da inserire a forza tra le cose realmente importanti, il lavoro, la famiglia, il lavoro.
Ebbene, senza persone disposte a giocare con la scienza oggi staremmo ancora rincorrendo la nostra cena con un sasso in mano, forse nemmeno appuntito. Il gioco è creatività, è inventiva, è desiderio di superare i propri limiti, di dimostrare il proprio valore, di confrontarsi con gli altri, di crescere. E, parafrasando Peter Pan, è solo per la nostra convinzione di essere ormai diventati grandi che smettiamo di giocare e di crescere.
Se ora la fantascienza ci sembra così improbabile e irraggiungibile, lontana da qualsiasi spiegazione razionale e reclusa in un mondo patinato fatto di letteratura e arti grafiche, è soltanto perché abbiamo volontariamente spento quel fuoco che ci ardeva dentro, quella certezza che “tutto è possibile” che possedevamo quando eravamo dei pargoli. Ma anche se del fuoco non restassero ormai che poche braci rossastre, sarebbe comunque sempre nelle nostre possibilità riaccenderlo. Lo percepiamo, sentiamo dentro di noi che se volessimo, se avessimo tempo, se qualcuno ci desse la giusta spinta, allora potremmo tornare un po’ bambini, anche solo per cinque minuti. E proprio questa è l’idea con cui nasce questa rubrica. Non una rigorosa analisi scientifica delle cose, ma una dimostrazione, a volte un po’ elastica, del fatto che non è necessario mettere limiti alla nostra fantasia perché “il mondo reale funziona così”. Magari è vero che giocando secondo le regole non possiamo ottenere esattamente il risultato che ci siamo prefissati, ma forse in realtà possiamo arrivarci abbastanza vicini da essere comunque soddisfatti. E scoprire qualcosa di nuovo, far nascere un’idea, mettere a bilancio a fine giornata una nuova voce positiva: ho pensato, ho inventato, ho creato.
In questa rubrica, mi propongo come vostro Virgilio digitale nel mondo della scienza di confine, il luogo meraviglioso in cui il possibile, l’impossibile e l’improbabile si mescolano e prolificano. Se si trattasse del viaggio psicotropo indotto dal peyote, un rito sciamanico degli Huicholes a cui vi siete sottoposti durante un’avventura in Messico, probabilmente dovrei essere un coyote. E mi troverei bene nei panni di uno di quei coyote azionisti ACME che passano le giornate a costruire trappole per veloci bipedi del nord America (geococcyx californianus, per gli ornitologi integralisti). Trattandosi di fare da spirito guida nel mondo della scienza, però, non posso che essere un ingegnere. Un ingegnere meccanico, di quelli prodotti in serie, perfettamente squadrati e razionali, con tanto di dottorato, brevetti attivi e pubblicazioni “serie” nel mondo della ricerca. Se ci pensate, la differenza dal bruno sfortunato canis latrans della Warner Bross non è poi abissale.
Ma… E il nome della rubrica? Scommetto che il 94.3% di voi ha colto subito la citazione di Frankestein Jr. A tutti questi, 50 punti. Solo a quelli che però hanno pensato alla figura dello storico e politico tedesco Hans Delbrück, padre del fisico e biologo Max Delbrück, vanno 100 punti e la mia massima stima. Ma perché questo nome alla rubrica? Un po’ per la targhetta “scienziato e santo”, presente nella pellicola di Mel Brooks, un po’ perché l’immagine del cervello sotto vetro rendeva perfettamente l’idea, ma in fondo anche perché parliamo comunque di una mente vivace, capace di conciliare il mondo della tecnica con l’economia e  la storia. Ed avere una “mente aperta” (l’avete capita? Mente aperta! Cervello sotto vetro! Ahahaha, sono un genio) è un requisito fondamentale per varcare la soglia di questo url.
Indossate occhiali protettivi, guanti e maschera a carboni attivi… è tempo di far saltare in aria le cose per il bene della scienza!

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