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Evangelion su Netflix e il potere del pubblico – Le Voci dell’Idra

Quanto potere deve avere il pubblico sui prodotti finiti? Tre dei redattori di Orgoglio Nerd ci dicono la loro!

Il commento di Matteo: il diritto di criticare

evangelion netflix

Chiariamo subito le premesse: non sono un artista.
Sono solo uno spettatore, e uno ignorante. Da campione della combinata salto sul divano-birra fredda-chromecast-Netflix, non conosco e non voglio parlare di dettagli tecnici.
Dopo l’esplosione del caso evaflix, però, mi sono cominciato a fare qualche domanda: ma io che ruolo ho quando guardo un’opera d’arte? Cosa posso dire? È giusto andare a criticare qualcuno che magari ha studiato anni per fare quella roba là, mentre io ero a risolvere le mie equazioni?

Risposta breve: certo.
Risposta lunga: sì, ma.

Come spettatore ho un unico diritto: lamentarmi. Come essere umano e destinatario di un’opera devo essere libero di esprimere qualsiasi opinione: m’è piaciuto, m’ha fatto schifo, è l’opera più bella di sempre, non comprerò mai più nulla di quel tipo là.
Siamo liberi di essere delusi, eccitati, amareggiati, incazzati. L’hype è tutto quello che ci resta, per dirla semplice. E, partendo da questo presupposto, esprimere qualsiasi giudizio su un’opera è un diritto inalienabile. Come farlo, però, è tutto un altro mestiere.
Cosa otteniamo innalzando una gogna mediatica per questo o quell’autore? Nulla. Nient. Nada. La critica sterile non porta a nulla, nessuno se ne fa niente dei ruggiti dietro le tastiere.
Possiamo essere spettatori ignoranti, non c’è bisogno di vedere dieci film di cinema russo per poter commentare La Città Incantata, ma non possiamo essere spettatori pigri. Fermarsi alla reazione di pancia, decidere che qualsiasi cosa vi fa schifo “perché sì” dovrebbe essere illegale in almeno venti stati diversi.
Bisogna fare le cose alla vecchia maniera. Scavare un attimino, picconare lo strato di rabbia e andare a capire perché abbiamo reagito in questo o quell’altro modo. Alla fine degli scavi, eccole che brillano un sacco di critiche interessanti per noi e per chi ha scritto-disegnato-diretto-scalpellato-dipinto quello che stavamo guardando.

Esempio pratico e vicino: Evangelion.
Apro Netflix, ballo Zankoku na tenshi no teeze, la coinquilina mi tira una ciabattata dalla sua stanza perché sono le 8 e io cantavo mentre lei stava dormendo.
Apostolo. Unità prima. Aspè, che ha detto quello? Che rob’è un testochilo? Uh, spé, a perdere tempo dietro al significato delle frasi non guardo i disegni. Basta. Spengo.

Respiro profondo.

Ma perché ho spento? Riaccendo, prendo appunti. Ok, la sintassi delle frasi, nonostante sia corretta, viene da un’altra epoca. Le parole ricercate cozzano con chi le pronuncia. Ho il cervello che gioca a ping pong tra i termini a cui ero abituato e i nuovi, non è piacevole.
È finita che ci ho scritto un pezzo, ne ho discusso con amici italiani e portoghesi e quando hanno tolto il nuovo adattamento ero quasi triste per la quantità di meme che sarebbero andati persi.

Un approccio di pancia, senza cercare motivazioni più profonde, non sarebbe stato d’aiuto a nessuno. Soprattutto non permette all’autore di capire cosa diamine ne pensa il suo pubblico.

E non è che un autore lo può ignorare, il suo pubblico, perché è un elemento fondamentale in qualsiasi forma d’arte.
So che con questa frase sono in prima linea per essere gettato nelle fosse comuni dell’internet, ma datemi l’opportunità di una piccola arringa, sono solo un villico.

Il pubblico è importante perché, guardando un’opera, la completa con qualcosa di suo.

C’è un esempio in cui è lapalissiano: il fumetto.
Apri la copertina, leggi la prima vignetta, non riesci a passare alla seconda e già sei entrato in azione. Hai riempito lo spazio vuoto tra le due vignette, e lo hai fatto tu, partecipando attivamente a quella graphic novel che ti sembrava tanto lontana da te.
Stesso discorso per la letteratura: lo scrittore ti dà degli input, ma sei tu a doverli collegare per arrivare ad un’immagine organica, sentire gli odori ed empatizzare con i personaggi.
La cosa diventa più complessa quando si parla di cinema, perché è una forma artistica “già servita”. Con il susseguirsi delle immagini vieni guidato, portato per mano evento dopo evento. La componente visiva è forte, limitando lo spazio di manovra per metterci del tuo. A conti fatti, però, usciti dalla sala ci ritroviamo sempre a discutere di quella scena, del significato di quella sequenza, di una parola, di una frase.
Il succo è questo: non è possibile trasmettere un concetto dalla mente dell’autore a quella dello spettatore. Non siamo telepatici ed è chi guarda l’opera finita che deve mettere insieme tutti i pezzi, usando i mezzi a sua disposizione. Ed ecco che escono fuori sfumature nuove che magari l’autore non si sognava neanche di infilarci.

Credo che per rendere qualsiasi opera d’arte completa il pubblico sia necessario. Deve entrarci dentro, metterla assieme. Chiariamoci: un artista non deve lavorare per il pubblico. Il pubblico non è la finalità, è un attrezzo del mestiere che arriva dove le mani non possono.
E non serve un pubblico di un milione di persone, ne basta una.

Siamo spettatori, l’unico diritto che abbiamo è quello di criticare quello che vediamo. Non ci si dovrebbero mai scordare che ci si mette l’anima per apprezzare un’opera d’arte.

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Gabriele Bianchi

Lettore, giocatore, conoscitore di cose. Storico di formazione, insegnante di professione, divulgatore per indole. Cercatelo in fiera: è quello con la cravatta.

20 Commenti

  1. “E’ legittimo per il pubblico richiedere, perfino pretendere che gli autori intervengano sulle proprie opere”
    No, ma il problema è che Cannarsi non è un autore…

  2. Ma dai, siamo puntigliosi (perchè di questo si tratta): a prescindere se l'”opera” di traduzione e doppiaggio piaccia oppure no, che rimane -verissimo- solo un’opinione, il vero problema è che l’opera c’era già, e andava benissimo così com’era. Il doppiaggio e il modo di parlare di NGE fanno parte della prima generazione di fan che lo hanno accolto e amato, e incluso nella loro cultura. Cambiare il modo in cui quei personaggi parlano è come prendere la Venere di Botticelli e dipingerci sopra un trikini. Lasciare le cose così come stanno, a volte, e specialmente se già funzionano, è l’unica opera da fare. Preservare.

  3. Penso che in tutti e tre gli interventi ci sia un grave errore di fondo.

    La concezione di pubblico come di solo fruitore dell’opera.
    No, il pubblico ha molto più potere che il solo fruire e giudicare

    IL PUBBLICO PAGA

    Il pubblico non è altro che una cosa: CLIENTI

    Il CLIENTE PAGANTE manda avanti baracca e burattini, non gli autori, non i disegnatori, non gli esperti non gli adattatori, non i giornalisti, neppure i produttori, no, se noi siamo clienti…loro nono le nostre p***ane, e se nella fellatio vogliamo anche il dito dietro, loro devono metterlo perchè vogliamo esattamente l’esperienza per cui stiamo pagando.

    1. Uh.. No.
      Innanzitutto l’autore non ha scritto l’opera per te cliente ma sei tu che hai apprezzato e acquistato.
      L’opera non è un lavoro su commissione, non è che vai dall’autore e detti legge.
      Che poi, credi che il fatto che lo paghi serva davvero a qualcosa? Cioè, è vero che lo ripaghi dell’investimento iniziale, ma alla fine se ha creato quella storia nulla vieta che, a mancanza di fondi, comunque non la prosegua per i fatti suoi trovando in altro pan per vivere senza però condividerla in larga scala come aveva fatto prima.
      Una storia non sempre viene scritta per soldi ma per passione.
      A perderci alla fine sarai solo tu idiota che ha voluto pretendere senza rendersi conto che praticamente non contava nulla.

    2. Ma infatti. Però se tu vai in pizzeria e la pizza che ordini non ti piace, te ne vai e non torni più, non è che ne chiedi un’altra con la mozzarella di una marca diversa. Il tuo potere di cliente inizia e finisce qui: non ti è piaciuto il servizio offerto? Benissimo, non tornerai più in quella pizzeria. Ne parlerai male con i tuoi amici. Scriverai delle brutte recensioni.

      Qui invece pretendi che un prodotto che hai già comprato e portato a casa venga cambiato su misura secondo il tuo gusto personale, che evidentemente non è quello di chi ha creato quel prodotto. Lo *pretendi*, bada bene. Pensaci, non c’è nessun altro ambito dove ti azzarderesti a fare una cosa del genere.

      1. L’ arte per l’arte, il gusto personale dell’artista, il creare per se stessi, potevano andar bene quando i creatori investivano solamente i soldi per tela, colori e pennelli.
        Ora parliamo di produzioni da centinaia di migliaia di dollari ( o yen o lire) se non proprio milioni, vero noi pubblico non commissioniamo, chi commissiona però investe per avere un ritorno economico e non per far dare libero sfogo ai deliri di onnipotenza del creativo, quindi il creativo e il produttore DEVONO prendere in considerazione gli umori del pubblico e nel caso di una LARGHISSIMA MAGGIORANZA di scontenti se sono intelligenti mettono la pezza e correggono, anche dopo il rilascio.
        Del resto ciò che conta per le compagnie è la soddisfazione del cliente pagante, non quella di un adattatore.
        Anche gli autori se hanno una certa dose di intelligenza correggono in base al pubblico, come Lucas che dopo le critiche a EP I diede sempre meno spazio a Jar Jar nei successivi episodi.

        In più qui stiamo parlando di un prodotto che oggettivamente è stato realizzato male, il confronto con la pizzeria ci stà, ma in questo caso il cliente ci ha trovato un lungo pelo riccioluto dentro la pizza, ha chiamato il cameriere, l’ha rimandata indietro e il proprietario del locale, il signor Netlfix, ha detto al pizzaiolo di rifare la pizza.

        In parole povere non parliamo di prodotti che soggettivamente non ci sono piaciuti, ma di prodotti che sono oggettivamente difettati.

        1. Ti rispondo per punti.

          1) Non sto affatto parlando di arte, nè di artisti. Sto parlando di lavoro e di professionisti. E’ OVVIO che i professionisti del settore tengono SEMPRE in considerazione gli umori del pubblico. Non sempre, però, la scelta più giusta, anche per lo scopo specifico di fare più soldi possibile, è di accettare questi umori e semplicemente accontentarli. Parlo per esperienza personale: se Orgoglio Nerd non avesse una precisa linea editoriale, e quindi se non prendessimo delle posizioni coerenti con essa, pur magari scontentando parte del nostro pubblico, perderemmo in autorevolezza e rispetto, e quindi alla lunga subiremmo un danno maggiore. Quindi innanzitutto non pensare che “accontentare il pubblico” sia la scelta più intelligente, anche nell’ottica economica di cui parli. Accettare rischi, prendere posizione, offrire qualcosa di inaspettato e difficile…non sono cose che Netflix e co. fanno perchè amano l’arte. Sono cose che fanno perchè PAGANO.

          2) George Lucas? George Lucas è anche quello che ha rimesso mano alla trilogia classica facendo ADIRARE più o meno TUTTI. Ti ricordi il “nooou” che ha aggiunto nell’Episodio VI? Ti ricordi Anakin in versione giovane come spettro della Forza? Quelle erano decisioni DETESTATE dai fan. Che però Lucas ha preso perchè lui è l’autore dell’opera.

          3) E di nuovo, mi riferisco al mio pezzo di questo articolo…fai molta attenzione quando usi il termine “oggettivamente”. Ne sei sicuro? Chi sei per dirlo? Non è che stai scambiando una tua opinione per un fatto? Al di là del caso Evangelion, quante volte si sente dire che una certa cosa fa “obbiettivamente” schifo, o che una scelta è “obbiettivamente” sbagliata? Quindi no, sulla tua pizza non ci hai trovato nessun pelo. C’era soltanto la mozzarella di una marca che piace al pizzaiolo ma non a te, e tu compi l’errore di considerarla “obbiettivamente” disgustosa.

  4. Ah la tenera ingenuità di chi scrive. Autori, arte, poesia, concetto, filosofia, gusto, psicologia… nulla di ciò conta. Non qui, nel caso in questione.
    DA.NA.RO. ecco di che parliamo.
    Che poi parliamo di critiche all’adattamento e ai testi che risultavano personalizzati egoici e soprattutto poco scorrevoli: il cervello non può perdere tempo a ritradurre una frase in senso logico mentre altre vengono pronunciate perché chiaramente si perde parte del testo così. E il significato di una scena e forse di tutta l’opera.
    Un opera fa schifo? Un adattamento è personalizzato e disturbante? Non si vende. Netflix non pensa al pubblico come un artista, dove c’è una co-dipendenza “io ho bisogno di piacerti per sentirmi amato e stimato. Io amo voi e vi daro quello che ho dentro ma voi amate me e datemi applausi e il delirio d’onnipotenza”, no, Netflix, o una qualsiasi casa di produzione che non abbia istinti suicidi, sono una società con capitali e per una società pubblico sta per Compratori. Un cliente insoddisfatto prima si lamenta alla cassa e, se non accontentato, abbandona l’oggetto che aveva scelto rivuole i soldi indietro, in caso l’avesse già comprato e trovato difettoso, e se non accontentato può indispettirsi e disdegnare il marchio per sempre e sparlarne. In un piccolo paese di provincia un negozio che cominciasse a perdere i clienti perché scontenti non durerebbe molto ma anche nel macrocosmo finanziario funziona così, bisogna stare attenti. Magari non chiudi per sempre ma quell’anno lì perdi dei bei soldini. Non sta succedendo niente di rivoluzionario o di mai visto nel caso Evangelion: sono leggi di mercato che si perpetrano così da almeno due secoli. Insomma Netflix e ridoppiaggio = il cliente ha sempre ragione. Semplice. Punto. Fine.
    Aggiungo che in Editoria esistono appunto Gli Editor. Un autore scrive un libro lo porta alla casa editrice un editor lo legge e non dice sì lo pubblichiamo o no non lo pubblichiamo. Dice lo pubblichiamo se…: correggi qui e là, se aggiungi questo, se ristrutturi quest’altro, se togli quell’altro ancora. Un editor fai il preveggente, prevede quello che il pubblico gradirà non gradirà criticherà, quello che lo deluderà o scandalizzerà. L’autore ne sarà contento? Affatto. Si sentirà deprivato del suo ruolo di artista che ha diritto di esprimere quello che vuole ? Sì moltissimo. Faide discussioni scenate abbandoni botte. Sempre esistite anche quelle non tra pubblico e autore ma tra autore ed editor. Anche a Hollywood esistono gli editor non che si fa uscire il primo film così. L’Editor fa un lavoro di prevenzione prima che casi come Evangelion o l’ultima serie maledetta del Trono di Spade si verifichino. Forse sono assenti in alcune sezioni della produzione o della messa in onda. O forse ci sono e non fanno bene il loro lavoro. Comunque ripeto raramente un prodotto proprio perché va venduto arriva direttamente dall’autore al pubblico così com’è stato partorito in origine.

    1. Ciao Alessandro e grazie del commento! Giusto per chiarire alcuni punti, e mitigare il tuo giudizio sulla nostra ingenuità…certo che è una questione di soldi, lo è sempre stata e sempre lo sarà. Quello di cui si discute è la diversa dinamica che sta prendendo piede ultimamente. Quello che dici tu nella seconda parte del commento è vero: c’è un editor che “lima” il lavoro dell’autore per renderlo commerciale, vendibile, adatto (e questo avviene secondo criteri anche MOLTO diversi, non pensare che produrre esattamente ciò che il pubblico pensa di volere sia sempre la strada più remunerativa). Ora però pensa a questo: credi che sul lavoro di Cannarsi questo non sia avvenuto? Cioè, credi che l’adattamento incriminato non sia passato attraverso tutte le fasi di controllo e di editing di un colosso come Netflix? Certo che è passato. E’ arrivato al pubblico proprio perchè la luce verde degli editor professionisti era stata data, possibilmente dopo chissà quali modifiche di cui noi non conosceremo mai l’esistenza. Il punto è che al pubblico è arrivata una versione già digerita e approvata. Netflix ha deciso di buttare alle ortiche non un prodotto che non ha superato i test dei professionisti, ma un prodotto che quel test l’ha superato in pieno. Questo è il punto grave e, nella mia opinione, pericoloso: il rischio è di trasformare l’industria dell’intrattenimento, che, nonostante tutto il cinismo con cui vogliamo osservarla, non obbedisce SOLAMENTE alla logica del compiacere il pubblico, in una fabbrica di piattume dove non si prendono più rischi, o non si ha più il coraggio di difendere il proprio lavoro. Che finisce per essere svilito e frustrato. Bada che ho parlato di lavoro, non di arte, proprio perchè il tema non sono le velleità artistiche di un Cannarsi o di un Anno (o della Bioware, o dei grafici che hanno lavorato su Sonic…), ma la loro dignità di professionisti.

      1. Fabrizio Mazzotta ha smentito tutto ciò. Ha dichiarato che il doppiaggio di Evangelion è stato fatto molto molto in fretta, senza avere la possibilità di revisionarlo. Cannarsi, che era stato chiamato perché, avendo fatto anche l’adattamento precedente, avrebbe lavorato più speditamente, ha riscritto completamente tutto, rallentando tutta la produzione. E, man mano che preparava i dialoghi, i doppiatori dovevano registrare gli episodi. Non c’era materialmente il tempo per alzare la cornetta, chiamare Netlix e dire: “Allarme, stiamo pestando una m***a”. Mazzotta, titolatissimo, essendo anche lui adattatore, per esprimere un’opionione, non ha potuto intervenire per “vincoli contrattuali”. Probabilmente Cannarsi ha accettato il lavoro solo se gli assicuravano che nessuno lo avrebbe manomesso. Quindi il caso di Evangelion non è assolutamente emblematico rispetto al fenomeno dello “strapotere dei social”. Ci sono stati degli oggettivi problemi e il pubblico se n’è accorto; se ne sarebbe accorto anche vent’anni fa. I fan di Miyazaki (tutti) sono anni che sono imbestialiti per gli adattamenti fatti da Cannarsi. Sono loro che hanno inventato il termine “cannarsico” per definire la “lingua” usata di Cannarsi, mica facebook.
        Stessa cosa, a mio parere perché qui non ho prove certe, è successa per Il Trono di spade. Il pericolo di spoiler ha addirittura costretto la produzione a girare delle scene false! Vi rendete conto? Figuriamoci se poteva esserci un pool di editor che seduti intorno a un tavolo discutevano sulla plausibilità delle vicende. Probabilmente c’era nelle prime stagioni, dove, tra l’altro, c’erano pure i romanzi a fare da canovaccio, ma verso la fine è evidente che hanno lasciato lavorare gli sceneggiatori senza una supervisione adeguata. Inoltre, la maggior parte delle critiche, non riguarda il soggetto (la storia, doveva essere così), ma la resa finale delle scene: sceneggiatura, regia, montaggio, post-produzione… La porcheria è venuta fuori solo a prodotto finito, ma a quel punto era troppo tardi. Quando si ha a che fare con produzioni di queste dimensioni i produttori non possono che fidarsi in quanto il risultato si può giudicare quando ormai è troppo tardi per rimediare. Il caso di Evangelion ha avuto un epilogo diverso perché è comunque un’opera molto vecchia, non c’era un’attesa spasmodica e quindi bloccare l’audio italiano in attesa di un ridoppiaggio, secondo me, è stata la scelta più giusta.

        1. Stai però compiendo l’errore di cui accenno nel mio pezzo: “porcheria” è una tua valutazione, una tua opinione, non un fatto. Se per il caso Evangelion possono valere le tue obiezioni, quello di Game of Thrones è un caso del tutto diverso, perchè TU lo consideri una porcheria. Io, ad esempio, no. Ho delle critiche, ovviamente, ma sono molto circostanziate. Tu però dai per scontato che la tua opinione A) sia condivisa da tutti; B) non sia affatto una opinione; C) sia sorretta da altre motivazioni, tipo mancanza di supervisione, poco tempo, troppa segretezza, perchè per te è impossibile pensare a GoT in questa forma come non un errore. Parlo per me, naturalmente, questa è la mia personale “voce”, ma è il problema di prospettiva di cui parlo nel mio pezzo: al di là del caso specifico, il pubblico si è disabituato a pensare alle proprie opinioni come tali, e soprattutto si è abituato a venire accontentato.

          1. Per Games of Thrones ci sono degli errori oggettivi. Non mi va di elencarli qui perché sono stati riportati da decine di testate specializzate. Il termine “porcheria”, forse troppo “di pancia” l’ho usato perché secondo me quando hai un prodotto fighissimo come GOT e gli infili una serie di errori oggettivi (cioè di plausibilità logica e addirittura visiva) che ne rovinano la fruizione a tantissimi spettatori… semplicemente è un peccato. Tu parti dal presupposto che un autore non sbaglia mai per definizione e che un professionista sicuramente ne sa più di un non professionista e quindi le osservazioni del secondo sono solo opinioni. Invece io sono dell’opinione che se un professionista sbaglia e a farglielo notare è un bambino di 3 anni, quel bambino ha detto la verità. Perché se un serramentista mi monta una finestra al contrario e io gli dico “guarda che l’hai montata al contrario” e lui mi viene a dire “lascia fare a me che è il mio lavoro”, senza spiegarmi che ha ragione, io lo licenzio, punto. GoT è un prodotto commerciale fatto affinché possa piacere. Se alla maggior parte non è piaciuto significa che degli errori sono stati fatti. Si può discutere su quali possano essere, ma non che non ci siano stati. Ma davvero pensi che le ultime stagioni di GoT siano state all’altezza delle precedenti? e che non siano stati fatti tantissimi errori logici? Le distanze tra i luoghi che si accorciavano e allungavano a seconda della necessità, il comportamento inspiegabile di certi personaggi… Io sono molto delicato su queste cose, ho studiato narratologia all’università e per me è inconcepibile che un professionista gestisca una trama senza rispettare i nessi di causa – effetto. Capisco però che a molti spettatori non gliene freghi assolutamente niente e che nemmeno se ne accorgano. Ma lo sceneggiatore non deve fare affidamento su questo!! Un racconto risulta artificioso quando lo spettatore si accorge del ruolo che ogni scena gioca all’interno della trama, mentre dovrebbe pensare che tutti i fatti accadano naturalmente come conseguenza l’uno dell’altro (la famosa sospensione dell’incredulità). Pensando a come è finito GoT era impossibile ottenere dei cambiamenti così radicali senza che il tutto risultasse artificioso. Lo ha ammesso anche Martin, anche se non con queste esatte parole. Che poi gli haters esagerino è vero. C’è gente che parla senza informarsi e criticano un aspetto per un motivo e altri, con la stessa ferocia, lo criticano per il motivo opposto. E’ ovvio che quando ci sono invece delle motivazioni valide (come nei due casi citati) le varie voci (argomentazioni valide e superficiali) si sommino e si trainino a vicenda creando dei gran polveroni. Ma non per questo bisogna fare di tutta l’erba un fascio e dire che il pubblico deve stare zitto perché sono dei bamboccioni viziati che parlano senza sapere.

          2. @Alessandro Baretta (scusa ma siamo arrivati al limite dell’incolonnamento delle risposte!)

            “Tu parti dal presupposto che un autore non sbaglia mai per definizione”

            No, affatto. Il mio presupposto è che fin troppo spesso ci piace ergerci a giudici e giuria riguardo gli errori degli autori.

            “Invece io sono dell’opinione che se un professionista sbaglia e a farglielo notare è un bambino di 3 anni, quel bambino ha detto la verità. Perché se un serramentista mi monta una finestra al contrario e io gli dico “guarda che l’hai montata al contrario” e lui mi viene a dire “lascia fare a me che è il mio lavoro”, senza spiegarmi che ha ragione, io lo licenzio, punto.”

            Ovvio. Ma l’analogia non regge. Non stiamo parlando di una finestra montata al contrario, stiamo parlando di una finestra magari di uno spessore maggiore di quello che piace a te, e che il serramentista invece ritiene migliore.

            “GoT è un prodotto commerciale fatto affinché possa piacere. Se alla maggior parte non è piaciuto significa che degli errori sono stati fatti.”

            Ha! No, ma proprio no e poi no. Se bastasse un semplice sillogismo tipo “al pubblico non piace X, allora X è sbagliato” non staremmo avendo questa conversazione. Il punto è proprio che questo sillogismo non funziona. E bada bene, non sto dicendo che X non sia necessariamente sbagliato, sto solo dicendo che il nesso causale è totalmente fallace.

            “Ma davvero pensi che le ultime stagioni di GoT siano state all’altezza delle precedenti?”

            Non l’ho mai detto, non lo penso. Come molte opere, GoT ha raggiunto il picco ben prima di questo finalino mediocre.

            “e che non siano stati fatti tantissimi errori logici?”

            Tantissimi, non saprei. Di errori ce ne sono, ma quelli che proprio non si riesce a far quadrare non sono poi così tanti. Più che altro ciò che non è piaciuto a me è che nelle ultime due stagioni a me spettatore è stato richiesto di fare un lavoro di “tappabuchi logico”.

            “Capisco però che a molti spettatori non gliene freghi assolutamente niente e che nemmeno se ne accorgano.”

            Di nuovo, questo vuol dire che pensi che gli sceneggiatori che non condividono il tuo giudizio su GoT non lo fanno perchè semplicemente hanno un’opinione diversa dalla tua, ma perchè essi stessi sbagliano. Hai già deciso che gli errori sono oggettivi e DEVONO avere una determinata importanza per gli spettatori.

            “Ma non per questo bisogna fare di tutta l’erba un fascio e dire che il pubblico deve stare zitto perché sono dei bamboccioni viziati che parlano senza sapere.”

            Ti perdono questo strawman solo perchè so che l’articolo l’hai letto, e sai bene anche tu che non sto affatto dicendo questo.

  5. Partite da un presupposto completamente sbagliato, Cannarsi non è il padre dell’opera è solo colui che deve adattarla ad una lingua diversa da quella d’origine, non ha la totale libertà che ha un autore, non può fare quello che gli pare, non puoi dire ad un autore “la tua opera è sbagliata” perché è la sua opera di fantasia, ma puoi dire ad un traduttore che adatta il testo “il tuo adattamento è sbagliato” perché di fatto ti devi rifare all’opera originale, alla lingua in cui lo adatti e al pubblico che lo guarda altrimenti viene meno il senso stesso di fare un adattamento, sebbene sostenga che cambiare nomi e termini inventati sia uno scempio, allo stesso modo lo è un adattamento fatto male. Ed è giusto pretenderne il rifacimento perché è oggettivamente fatto male, ha delle basi di riferimento da seguire non è un opera di fantasia che parte dal nulla, se vuoi la piena libertà crei la tua opera e li devi essere libero di creare, ma qui non crea adatta non ci si può nascondere dietro il diritto di libertà di un autore, semplicemente non c’è.

    1. Il “peccato” di Cannarsi è quello di essere stato TROPPO aderente all’opera originale, non il contrario. Tecnicamente parlando, è “Apostolo”, non “Angelo”. Bada bene, non sto affatto difendendo questa scelta, sto solo dicendo, come dico nel mio pezzo dell’articolo, che la parola “oggettivamente” viene fin troppo spesso usata a sproposito.

      1. Se l’avesse lasciato in giapponese sarebbe stato ancora più aderente, pensa un po’. Il “calco” linguistico è un errore, non un’aderenza al testo originale. La mia insegnante di giapponese, il cui scopo nella vita lavorativa quotidiana è fare in modo che due persone, una italiana e l’altra giapponse, si capiscano, dice che le scelte di Cannarsi sono inconcepibili.
        E aggiunge che il fatto che Cannarsi abbia adattato le opere di Miyazaki ha allontanato tantissimi possibili fruitori. Se io porto al cinema un mio amico che non conosce Miyazaki e guardando il film non capisce cosa si dicono i personaggi, la prossima volta mi dirà di andarci da solo.
        E non parliamo di cosa succederebbe se portassi mia madre a vedere la Principessa Mononoke e sentisse i personaggi bestemmiare! Capisco l’aderenza al testo, ma l’italiano ha sinonimi a bizzeffe! perché impuntarsi su quella che suona come una bestemmia!?

        1. Uh, infatti. Che ho detto io? “Il “peccato” di Cannarsi è quello di essere stato TROPPO aderente all’opera originale”. Sal-ias basava la sua critica sul fatto che un adattamento non può prendersi troppe libertà, ho semplicemente risposto facendo notare che semmai questo adattamento ne ha prese troppo poche.

          1. Qui si tratta di tradurre una lingua straniera facendo in modo che venga compresa con i significati corretti e con la stessa facilità che lo spettatore originale (diciamo “medio”) comprendeva l’opera originale. Il prendersi troppe libertà a cui si riferiva Sal-ias è quella di usare un linguaggio che non viene compreso con facilità dallo spettatore a cui è rivolto. Non credo che gli autori di Evangelion vogliano che gli spettatori stranieri facciano più fatica degli spettatori giapponesi nel capire cosa si dicono i personaggi. Invece lo scopo di Cannarsi è più o meno questo. Cioè, l’ha dichiarato in alcune interviste, che lo spettatore italiano deve rendersi conto che i personaggi parlano in una lingua diversa dalla sua. Questa cosa non c’è nell’opera originale, ed è proprio la “libertà”, l’enorme libertà, che si è preso Cannarsi.

  6. Personalmente voglio ribattere sul fatto che qua non stiamo presentando al pubblico un’opera nuova, su cui il pubblico non deve avere così tanto potere, ma stiamo RIPRESENTANDO un’opera esistente, che già il pubblico conosceva, che amava, che gli suscitava delle emozioni. E di questa opera è stato modificato il mezzo di comunicazione primo: le parole.

    Stiamo anche parlando di un prodotto che non ha come obbiettivo il raggiungimento di un pubblico esclusivo, ma che cerca di essere il più inclusivo possibile. Rifarsi a una lingua complessa e adottare una traduzione quasi letterale (ragazzi, a mettere il copione originale su google translate il risultato sarebbe stato quasi identico all’adattamento letterale) può andare bene se stiamo parlando di divulgazione scientifica, di un trattato sulla medicina chirurgica, o magari anche di un NUOVO PROGETTO che ha un target molto sofisticato. Ma prendere un prodotto già amato da un pubblico vasto e modificarne una parte importante è come prendere un coro di 5 persone che cantano in maniera perfettamente uniforme e ben analgamata (non sulla stessa nota ma sulla stessa tonalità) e rimuoverne 3 per aggiungerne altre 3 che cantano ognuna su 3 tonalità differenti, nessuna delle quali si sposa bene con le altre ne con la tonalità originale dell’opera.

    Ma è chiaro che certe cose puoi azzardarti a farle… Sulla tua opera vergine e mai vista. Non su un lavoro che già esisteva e già funzionava. Cavallo che vince si cambia, ma solo con un altro cavallo di pari abilità. Non sperimenti a una gara importante facendo correre un cavallo con una zampa in più.

    E poi, ricordiamoci quanto il mondo sia bello e speciale proprio perché esistono in altre lingue termini che in italiano non esistono.

    “I’m falling in love for you” detto dal nostro amato protagonista alla sua compagna di avventura è giusto tradurlo in “mi sto innamorando di te”, sbaglio? Ecco, immaginiamo un neo Cannarsi che invece decide che il protagonista dirà “sto cadendo in amore per te”. Vedete quanto stona?

    Il peccato di Cannarsi è stato ignorare 2 cose, e nessuna di queste è il pubblico: la prima era l’adattamento precedente, e il successo dello stesso. La seconda è la lingua di destinazione.

    Poi signori, le mie sono solo opinioni potrò anche star dicendo cazzate, ma la mia opinione (l’adattamento di Cannarsi ha danneggiato l’opera) principale penso di averla ben argomentata.

  7. “Ovvio. Ma l’analogia non regge. Non stiamo parlando di una finestra montata al contrario, stiamo parlando di una finestra magari di uno spessore maggiore di quello che piace a te, e che il serramentista invece ritiene migliore.”

    Se una freccia scoccata da una balista inchiodata sopra una nave in mezzo alle onde può colpire un animale in volo a chilometri di distanza, al primo colpo, …. significa che la finestra è stata montata al contrario.
    Se sempre le stesse frecce colpiscono altre navi, e si vede che queste frecce non arrivano dall’alto come ci si aspetterebbe, ma lateralmente, trapassando le navi da parte a parte (a chilometri di distanza)…. significa che al posto della finestra mi hanno montato una sedia a dondolo.
    Scusa l’off topic, spero di non avere fatto spoiler.

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