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Il Primo Re fra cinema e mitologia

L'ultimo film di Rovere sceglie una strada non ovvia di raccontare la fondazione di Roma. Che rapporto c'è con il mito?

L’ultima fatica di Matteo Rovere, Il Primo Re, è un film che ci è piaciuto parecchio. Abbiamo discusso i suoi meriti filmici nella nostra recensione, a cura del nostro esperto di cinema, Mattia Chiappani. In sintesi, l’abbiamo trovato spettacolare, riuscito, ambizioso: una vera boccata di aria fresca nel panorama cinematografico italiano. Visto che Groenlandia e Cattleya hanno annunciato l’intenzione di trarne una serie tv, Romulus, che vada a coprire altri periodi della storia leggendaria della fondazione di Roma, abbiamo deciso di dedicare a Il Primo Re un’altra occhiata, approfondendolo questa volta nell’aspetto storico e mitologico.

Partiamo con il dire che Il Primo Re compie un’operazione precisa nella scelta di come raccontare la nota storia di Romolo e Remo: anziché mettere in scena la leggenda, fosse anche in una versione cruda, smaliziata, sceglie invece di andare oltre, scavando al di sotto della mitologia, alla ricerca di una storia possibile della fondazione di Roma. Insomma: non è una versione dark fantasy della storia di Marte e della lupa, ma una ricostruzione di come un evento tanto cruciale quanto dimenticato si sarebbe potuto verificare. Proprio per questa scelta, che abbiamo già avuto modo di elogiare, è però doppiamente interessante il confronto con il racconto leggendario della fondazione di Roma, che come tutti i miti è la testimonianza di ciò che il popolo che l’ha prodotto considerava fondamentale della propria identità. Andiamo quindi a dare un’occhiata alla versione mitologica della storia di Romolo e Remo.

Le fonti

Le opere di due autori in particolare sono le principali fonti che abbiamo a disposizione per conoscere il mito: Tito Livio nella sua monumentale Ab Urbe Conditam e Plutarco, che dedica un volume delle sue Vite Parallele a Romolo. Un punto fondamentale, ed affascinante, è che questi autori, come in realtà tutti gli altri che sono giunti fino a noi, erano a loro volta del tutto ignari dei reali eventi per cui la loro città era stata fondata: entrambi sono vissuti durante l’età augustea, o poco successivamente, quindi secoli dopo la mitica data del 21 aprile del 753 a.C., ed entrambi erano profondamente consapevoli dell’inaffidabilità del racconto leggendario che stavano riportando. Naturalmente, come generalmente accade, ci troviamo di fronte a numerose versioni dello stesso mito, o se preferite ad un mito con numerose varianti. Vediamo di tracciare la storia che ci viene tramandata.

Un passo indietro: la fuga di Enea

La storia di Roma inizia a Troia. Enea, figlio di Venere, fugge dalla città dopo la fine della famosa guerra, ed arriva nel Lazio. Qui fonda una città, Lavinium, mentre anni dopo il figlio Ascanio fonda un altro insediamento dal nome Alba Longa. Inizia con Ascanio la lunga lista dei re latini di Alba Longa: dodici generazioni, di cui il mito riporta soltanto i nomi, fino ad arrivare al re Proca. Il figlio maggiore di Proca, Numitore, è destinato a succedergli, ma il secondogenito, Amulio, ricorrendo a violenza scaccia Numitore da Alba Longa e ne usurpa la posizione. Non solo: ricevendo la profezia che uno dei discendenti di Numitore avrebbe causato la fine del suo regno, fa uccidere tutti i figli maschi di suo fratello. Quanto all’unica figlia femmina, Rea Silvia, il suo destino è di essere costretta a diventare vestale, ovvero sacerdotessa della dea Vesta, la dea del focolare, e fare quindi voto di castità. A mettersi di traverso ai piani di Amulio, però, arriva Marte. Il dio, infatti, si innamora di Rea Silvia, e la mette incinta: Rea Silvia partorisce due gemelli, Romolo e Remo, ma viene punita per aver contravvenuto al divieto imposto dal voto di vestale: viene uccisa, e in certe versioni del mito viene poi restituita alla vita dal fiume dove è gettata, che si impietosisce di lei.

Lupa o prostituta?

Veniamo ora alla parte più nota del mito: la Lupa. Amulio è spaventato dal potenziale dei due neonati, a cui la profezia conferisce influenza sul destino dell’usurpatore. Li pone quindi in una cesta e li affida al fiume, per liberarsene. In quel momento il fiume è però straripato: la cesta viene quindi trasportata dalla corrente fino a quando le acque del fiume si ritirano, e Romolo e Remo concludono il loro viaggio arenandosi dolcemente sulla riva. I vagiti dei due attirano poi una lupa, giunta al fiume per abbeverarsi; visti i neonati, questa si mette ad allattarli. In alcune versioni del mito anche un picchio contribuisce, portando del cibo ai bambini.

Successivamente un pastore dell’area, Faustolo, trova i due e li prende in custodia, allevandoli e crescendoli come propri, aiutati dalla moglie Acca Larenzia. Un’altra interessante versione di questo punto del mito racconta che non è la lupa ad allattarli, ma Acca Larenzia stessa: Faustolo, insomma, trova i bambini fin da subito, ed è la moglie ad esserne la madre sostitutiva. In questa interpretazione Acca Larenzia avrebbe come soprannome “lupa”, che per i latini significava prostituta: è il motivo per cui i lupanari si chiamano così. In altre leggende Acca Larenzia sarebbe addirittura una figura mitologica semidivina, proveniente dalle tradizioni etrusche: una leggendaria prostituta protettrice del popolo.

Comunque sia, Romolo e Remo crescono e diventano forti, dando sfoggio delle proprie capacità dialettiche, fisiche, carismatiche, e della propria “scarsa attitudine alla sottomissione”. Finalmente giungono al confronto con il re di Alba Longa, Amulio, e anche su questo punto le versioni del mito divergono grandemente: in alcune di esse vengono catturati e trascinati da Numitore, che li riconosce come propri discendenti e li conduce alla città; in altre è Faustolo a rivelare ai gemelli la propria ascendenza “nobile”; in altre ancora i due hanno dei sogni premonitori che li portano da loro zio. Il risultato, comunque, è il medesimo: Amulio viene sconfitto e Numitore reintegrato come sovrano di Alba Longa.

Il fratricidio e la fondazione di Roma

Finalmente arriviamo alla parte finale del mito, la fondazione di Roma. Numitore, nuovamente sul trono di Alba Longa, non è certo disposto a cederlo ai gemelli, ai quali non rimane che fondare un nuovo insediamento. Chiesto il permesso a Numitore, i due si avviano quindi verso le rive del Tevere, e qui nuovamente le versioni del mito ci offrono resoconti differenti. Tito Livio riporta che i due, non potendo basarsi sul criterio della primogenitura, ricorrono all’intervento degli dei per determinare chi dovesse essere il capo della nuova città. Romolo si assesta sul colle Palatino, Remo sull’Aventino, ed attendono i presagi. Remo è il primo ad avvistare il volo di sei avvoltoi, mentre Remolo ne avvista dodici in un momento successivo. In questa versione del mito il gruppo dei coloni si divide in due, fra chi supporta un fratello e chi l’altro. Non riuscendo a risolvere la questione a parole, presto si giunge alla battaglia: Remo rimane ucciso e Romolo, rimasto solo, può procedere a fondare la sua città. Ma è lo stesso Tito Livio a dare conto di un’altra versione differente, in cui Remo avrebbe scavalcato le mura erette da Romolo, in aperto dileggio, e quest’ultimo, adirato, avrebbe ucciso il fratello minacciando di fare altrettanto con chiunque avesse osato attraversare le mura della sua nuova città. Un’altra variante vuole non le mura, ma semplicemente un solco tracciato con l’aratro a delimitare il confine sacro di Roma, e Remo l’avrebbe attraversato non come sfida, ma semplicemente perché non era consapevole del divieto imposto dal fratello. Plutarco torna invece alla disputa dei presagi, ma nella sua versione Romolo avrebbe soltanto finto di aver avvistato più avvolti del fratello. Remo, quindi, indignato e offeso, lo avrebbe sfidato e sarebbe stato sconfitto.

Cosa ci aspetta con Romulus?

Ecco quindi un tentativo di ricostruzione del complesso mito di Roma. Naturalmente quello che vi abbiamo offerto è poco più di un bigino, ma secondo noi è sufficiente a rendere una (seconda?) visione de Il Primo Re ancora più interessante: nel film vediamo infatti numerosi elementi del mito, rappresentati in maniera più sottile di quanto ci saremmo aspettati. Rea Silvia non è presente, ma la figura della vestale di Alba Longa è fondamentale nel racconto del film. La lupa non è presente, ma, spoiler, la vestale viene a tutti gli effetti sbranata dalle bestie feroci. Alba Longa non è il teatro delle vicende dinastiche che abbiamo riassunto, ma la sua presenza è il motore stesso che innesca l’intera storia. Perfino un evento apparentemente estraneo alla leggenda, come l’esondazione del fiume che vediamo all’inizio del film, ha un’eco nel mito: è proprio grazie a una simile esondazione che Romolo e Remo sopravvivono all’esilio da Alba Longa.

Insomma: Il Primo Re non racconta una versione del mito, ma una possibile, verosimile catena di eventi che si sarebbero potuti verificare nell’antico Lazio protostorico. Tuttavia è molto interessante notare che il film ha importanti, continui rimandi alla leggenda di Romolo e Remo, riuscendo a integrarne molti elementi senza però esservi troppo legato e sacrificare la propria coerenza. Il lavoro di preparazione è notevole, e se queste sono le premesse non vediamo davvero l’ora di vedere la serie Romulus!

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Gabriele Bianchi

Lettore, giocatore, conoscitore di cose. Storico di formazione, insegnante di professione, divulgatore per indole. Cercatelo in fiera: è quello con la cravatta.

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