Nanette è uno spettacolo di stand up comedy, lo è, ne ha tutti i requisiti, ma non è solo questo. Sembra in qualche modo un’etichetta che sta un po’ stretta a questo show. A meno che… la stand up non stia andando incontro a un’evoluzione, cambiando rispetto al format che ci è più familiare. Parliamo dello show di Hannah Gadsby, disponibile su Netflix, e del perché merita di essere visto.

Perché Nanette?

È un’ora abbondante passata su un ottovolante emotivo. La comicità di Hannah Gadsby è costruita, per sua stessa ammissione, sull’autoironia, anzi sulla spietata presa in giro di sé stessa. Il suo fisico e apparenza, soprattutto il suo essere continuamente scambiata per un uomo; le sue origini, il fatto di essere cresciuta in un ambiente chiuso come può rivelarsi un piccolo paese della Tasmania di metà anni ’90. Paese che ha dovuto lasciare per il fatto di essere lesbica: essere omosessuali infatti in Tasmania è rimasto un crimine fino al 1997, praticamente l’altro ieri. Anche la storia del suo coming out e di tutte le difficoltà che ha incontrato nel percorso di crescita, il suo essere fuori posto in un paese della Bible Belt della Tasmania, ma nemmeno sentirsi del tutto a proprio agio nella spettacolarizzazione della comunità LGBTQ+ vista in tv, con i gay pride e il Mardi Gras di Sydney.

Ha senso che un artista si faccia a pezzi per il pubblico? Per l’arte?

Le briciole che dissemina nel corso dello spettacolo, per poi raccoglierle amaramente alla fine, toccano temi grandi e piccoli: la famiglia, il coming out, la violenza di genere, la discriminazione nei confronti di chi è diverso, i toni del dibattito pubblico e le conseguenze che possono avere sulle società, la storia dell’arte o anche la malattia mentale (fatta passare erroneamente per requisito indispensabile alla creatività). Minuti densi su temi su cui non verrebbe facile ridere.
Strutturalmente è uno spettacolo che si può dividere in due parti, anche se organicamente si susseguono una dopo l’altra in modo naturale. La prima ha tratti comici molto più marcati e tradizionali, strappa risate, con leggerezza e facilità, con abbondante self deprecating humor. Ma poi preparatevi per le mazzate. Perché dalle risate ci si ritroverà a piangere, e non è una cosa che ci si aspetterebbe dallo stand up di vecchia generazione. Qualcosa è decisamente cambiato.
Tra le due parti c’è una cesura, una parentesi che racconta in cosa consista fare uno spettacolo comico riflettendo sui rischi di questo tipo di carriera. Perché costruire il proprio umorismo sull’autoironia, anzi sull’autodenigrazione, se si fa già parte di una fetta sociale emarginata, non è così lontano dall’umiliarsi. Significa mettersi in una posizione autodenigratoria per guadagnarsi il proprio spazio sul palco, per avere il permesso di parlare a un pubblico.

È un po’ come il vecchio cliché che vuole la creatività un po’ parente della follia. Che sembra innocuo, ma può diventare pericoloso se ad esempio un artista con problemi mentali si sente demotivato o inibito a curarsi con la terapia (che sia farmacologica o analitica) perché “un artista deve SENTIRE”. I preconcetti possono fare danni seri.
Nel corso dello show siamo messi continuamente di fronte a un gioco di specchi che cambiano e ci immedesimiamo in una storia che non è necessariamente la nostra, provandoci dei panni altrui: un esercizio di empatia e di crescita impagabile.

Ogni battuta è una piccola rivoluzione.

La stand up ha raggiunto tanti livelli di sfaccettature, con l’invito ad accogliere molteplici prospettive diverse, soprattutto di fasce di popolazione che non vogliamo ascoltare, di chi una voce non ce l’ha.
Hannah Gadsby prendendo in giro sé stessa, ci mette di fronte al privilegio di cui la gran parte di noi gode rispetto a qualcun altro, invitandoci ad andare al di là del nostro atteggiamento difensivo.
Orwell diceva in “Funny but not vulgar” che una cosa è divertente – in un modo che non sia davvero offensivo o spaventoso – se disturba l’ordine prestabilito. Ogni battuta è una piccola rivoluzione. Se c’è una comicità mai volgare ma che sovverte l’ordine costituito è proprio questa. Non c’è crudeltà o spietatezza nei confronti di un bersaglio, anche se in questo caso c’è sicuramente rabbia.
Con questo spettacolo qualcosa è cambiato nella percezione della comicità. Non tutti ridono delle stesse cose naturalmente, ma esistono degli schemi di “satira” che vengono stravolti e usati per prendere di mira qualcuno.
E quando queste presunte “battute” non fanno ridere, vengono in qualche modo difese con frasi poco felici “ma fattela una risata” o l’evergreen “non essere così sensibile!”, ma il problema non è tanto di chi di ridere non ha proprio voglia, ma della battuta che forse non funziona così tanto.
Ma com’è fatta una battuta? Perché funziona? Si è scritto molto, cercando di vivisezionare la comicità. E anche Hanna Gadsby ne dà una spiegazione strutturale.
Una battuta si costruisce in due momenti: nella creazione di una tensione (artificiale, appositamente creata dal comico) e dal rilascio di questa tensione, sotto forma di punchline, di finale a sorpresa. È una domanda con una risposta sorprendente.

Il rapporto tra il comico e il pubblico è complesso: ci si sottopone volontariamente a una deliziosa dose di manipolazione. E la Gadsby sa cosa sta facendo con grande abilità. Dopo un inizio rassicurante, è impressionante come il cambiamento sia percepibile come una variazione di temperatura prima della tempesta.
Ma a cosa serve un certo tipo di comicità? In realtà può avere una gran valenza sociale, perché anziché prendere di mira “gli altri”, i “diversi”, può insegnarci a ridere di noi stessi, sconfiggendo almeno un po’ i nostri atteggiamenti difensivi che in un attimo possono tramutarsi in aggressività. Anziché bloccarci su idee precostituite si può creare dello spazio intorno a questi preconcetti, in modo che si possano smuovere un po’, spostarsi.

La comicità che racconta una storia.

Ma il grosso cambiamento che rappresenta Nanette, oltre ai temi scottanti, le punchline e la questione della natura della comicità, è la narrazione che prende spazio sempre di più sul palco.
Se a inizio show la Gadsby presenta un episodio ritagliato e strutturato apposta per uno spettacolo di stand up alla fine viene riraccontato come effettivamente le è accaduto ed è un momento significativo, in cui il modello dello stand up si allarga, cambia, per accogliere il modello della narrazione (inizio, proseguio e finale) con uno sviluppo, e una creazione della tensione che non viene risolta con una punchline.

Ecco perché Nanette rappresenta un capitolo importante e di successo nello spettacolo teatrale comico, e contribuirà all’evoluzione e diffusione di un certo tipo di stand up.
O per lo meno ce lo si augura, perché la risata è potente, è benefica, permette di rilasciare la tensione, ed è contagiosa: è facile ridere insieme. Mentre la tensione ci divide, ci contrappone agli altri, la risata avvicina e disinnesca situazioni tossiche. E la risata legata alle storie ha ancora più potenziale. Perché storie diverse presentano prospettive diverse, inserendosi anche in dibattiti sociali molto delicati, contribuendo a contrastare l’odio e la divisione che rischia di creare danni di chi è oggetto di certi dibattiti violenti. Infatti, un tema toccato durante lo show è la discussione politica scatenatasi nel decennio 1986-1997 sulla criminalizzazione dell’omosessualità in Tasmania, i cui toni tossici hanno contribuito ad acuire l’omofobia e a interiorizzare la vergogna di essere diversi in un’intera generazione (se non oltre). Senza dimenticare che la frantumazione delle prospettive ci aiuta a cogliere le sfumature e la diversità che caratterizzano ogni individuo all’interno di una comunità.
Le battute sul Mardi Gras australiano ad esempio fanno ridere, ma mostrando per un attimo un mondo che può non essere familiare a chiunque. Il collegamento mentale immediato: persona gay= piume colorate/festa/gay pride, ma naturalmente in realtà è un preconcetto. Sarà scontato dirlo: ma non tutti devono necessariamente riconoscersi in quel tipo di rappresentazione. Magari “il suono più bello del mondo per qualcuno è quello di una tazzina da tè che trova il proprio posto su un piattino”. Un’immagine che rappresenta tutta la difficoltà di aderire a uno specifico immaginario legato all’orgoglio gay e alla rivendicazione di uno stile di vita celebrato in una parata o in una festa continua.
Il concetto di provare orgoglio di essere sé stessi, della propria sessualità e identità, e di celebrarlo è meraviglioso, ma l’aspettativa di doverlo fare in un party perenne può rappresentare per qualcuno una pressione eccessiva. Specie se il rischio è quello di diventare degli stereotipi per il resto della società.

Hannah Gadsby è un’artista con la capacità di cogliere lo spirito del tempo per restituircelo illuminato in una forma d’arte. La risposta di pubblico e l’accoglienza riservata a Nanette sembrano un’avvisaglia di come in questo momento abbiamo bisogno di una stand up con una nuova prospettiva, anzi, con una prospettiva cubista.


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Francesca Giulia La Rosa

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Trekker, whovian, whedonian. Non amo le etichette (a parte queste tre). Traduttrice, editor a caccia di errori come fossero punti neri nel tessuto della realtà. A volte, trovo essere me un’esperienza profondamente imbarazzante.