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Intrattenimento

Rekha Sharma. Una conversazione sul messaggio di Star Trek

L’avete vista in Battlestar Galactica e l’avete vista in Star Trek Discovery, in V (il remake dei Visitors) e molte altre produzioni, principalmente del filone fantascientifico e soprattutto nei panni di personaggi controversi e complessi.
L’attrice canadese ha però una personalità molto solare e molto incline alle discussioni filosofiche, e siamo stati ben felici di assecondare questo lato riflessivo, quando non ha voluto lasciarsi intervistare in una stanza chiusa preferendo portarci a sedere in un prato all’aria aperta.
 
ON: Hai più volte parlato del fatto che fossi una fan di Star Trek sin da quando eri piccola. Il fatto che ora fai parte di questo mondo, dell’universo di Star Trek, ha influito in qualche modo sul tuo essere fan? Immaginiamo che una cosa sia essere dalla parte degli appassionati, un’altra è passare dall’altra parte della barricata, vedendo le cose dall’interno.
 
RS: Non ci avevo mai pensato! Però è vero. È fantastico. I miei amici adesso sono Q e Il Dottore olografico, posso passare del tempo con Riker e Data, è fighissimo! Ora queste persone le conosco e sono miei amici.
Però è vero qualcosa cambia, perché prima era qualcosa di un po’ lontano, ma ora credo che sia tutto più… “attivo”? Ora faccio parte della storia, e sento una certa responsabilità in questo senso. Come qualcuno che sta contribuendo e raccontare questa storia, non sono più solo una spettatrice. Da spettatore ti imbarchi in un viaggio e lasci che siano altri a fare il lavoro per te. Ma come narratore, facendo parte della narrazione, devi dire: ok chi vuole partire per questo viaggio con me? E sei tu a condurre quella storia per tutti gli altri. C’è molta più responsabilità, ma che sono molto contenta di prendermi. È meraviglioso.
ON: Avevi aspettative molto alte per questa esperienza?
RS: Ah sì altissime! Ma non sono state deluse. È stato al di là dei miei sogni più sfrenati! Essere sulla Discovery, nella nave. Mi ha aiutato il fatto che sapessi già come fosse stare su una nave spaziale [In Battlestar Galactica o in Star Trek Continues].
È stato un po’ come tornare a casa. Era buffo arrivare sul set mentre per tanti di noi era la prima volta su una nave spaziale ed erano tutti un:” wow questo set è fantastico! Non ho mai visto niente del genere!” E io: lo è, però per me è un po’ come tornare a casa, ci sono abituata.
Ma questo era Star Trek, quindi un mondo completamente diverso, tutto nuovo. Una cosa è stato lavorare sull’Enterprise, in Star Trek Continues. Quello era come tornare nel passato. Ma questo è qualcosa di futuristico.
E poi come fan ho un’idea molto chiara di come dovrebbe essere Star Trek. Onestamente ero preoccupata: oh dio, gli faremo giustizia? Sarà buono?
Per questo ho detto di esserne molto orgogliosa, perché penso davvero che sia buono. Oggi lo storytelling può essere molto dark, ci sono molte morti (prendete me, anche io sono stata uccisa). C’è molta oscurità e a volte finisce per essere un po’ gratuita, fatta apposta per sconvolgere il pubblico. Quindi ero un po’ preoccupata che si andasse troppo in quella direzione e che non avessimo mantenuto il cuore di quello che è ST, che ha una visione di speranza. Penso sia uno show che dovrebbe sollevare la società, quindi quando è uscito sono stata molto contenta perché penso che ce l’abbia questo cuore. E ce l’ha mantenendo oscurità e luce in equilibrio in maniera molto intensa e significativa.
 
ON: C’è qualcosa che vorresti portare al di fuori dalla serie di ST nel “mondo vero”?
 
RS: La fine della meschinità. Anche in Battlestar Galactica viene trattata la concezione dell’altro che abbiamo, nello specifico l’idea che siamo tutti separati. E questo è un messaggio spirituale di filosofia perenne [un pensiero comune che soggiace a ogni religione] che sta alla base di tutte le religioni e alla base di ogni filosofia umanitaria importante: siamo tutti la stessa cosa e non c’è separazione.
In Battlestar Galactica si parla dei cylon, che pensiamo siano diversi, ma che in realtà sono rappresentati in modo grigio e non più o bianco o nero. Quindi cominci a farti delle domande: sono davvero cattivi?
Allo stesso modo puoi cominciare a porti domande di questo tipo in ogni aspetto dell’esistenza. Sono davvero cattivi quelli che ci vengono presentati così?
Sì certo è molto controverso. Capisco che le persone si possono perdere nella loro vita, ma da dove inizia? Non lo so, non ho le risposte, le mie sono solo domande.
Penso che si debba iniziare ad avere una vera empatia, capendo che siamo tutti la stessa cosa. Certamente diversi! Ma con curiosità: tu che cosa ami? Tu che cosa vuoi nella vita? Dovremmo avere empatia e curarci dei nostri vicini umani. Non pensando a loro come “altri”. So che è complicato, non so se mi spiego.
ON: I grandi quesiti dell’esistenza.
 
RS: Però questo è quello che fa Star Trek. Questo è quello che faceva la serie originale di ST: si andava su altri pianeti e si vedeva come le persone vivevano in armonia, senza razzismo. Hanno esplorato questi argomenti; la convivenza con Andoriani, Vulcaniani etc…
La guerra è un argomento molto antico, lo proiettiamo all’esterno ma penso inizi da divisioni interiori a noi stessi. Mancanza di amore, mancanza di capacità di accettare e accettarsi, mancanza di volontà di creare spazio per accettare le differenze. “Tu sei diverso quindi non dovresti far parte della nostra società, quindi sei cattivo e disgustoso”. Ma perché??
Non abbiamo abbastanza tolleranza per le differenze, invece ne abbiamo bisogno di tolleranza e comprensione gli uni per gli altri. Serve più spazio per gli altri, per ascoltarci, per avere curiosità e voler capire le persone. Altrimenti continuiamo a scegliere di essere separati.
ON: Questo è uno dei motivi per cui anche amiamo ST. Non si tratta solo di navi spaziali e combattimenti, c’è molto di più, di molto profondo.
Vorremo chiederti un’opinione su come è stato trattato il personaggio di Ellen Landry. Landry è interessante, certo non è proprio amabile, ma è una donna, è il capo della sicurezza sulla nave, è molto controversa e viene fatta fuori quasi istantaneamente. Il richiamo in parte a Tasha Yar è stato abbastanza immediato. 
 
RS: Sarò sincera, mi è dispiaciuto molto e anche per questo ero preoccupata per lo show. Ok perché lo fanno? Ero preoccupata non solo per motivi egoistici. Certo avrei voluto rimanere in vita e continuare a lavorare con queste persone meravigliose, ma anche da questo punto di vista: che messaggio passa?
Non lo so se sia stata una buona scelta ma dopotutto credo che stiano comunque mandando i messaggi giusti in generale, rimane una storia di speranza che ha una certa oscurità. E questo in fondo è il momento che stiamo vivendo.
Persone che non avrebbero dovuto essere uccise muoiono. Ovvio, nessuno dovrebbe rimanere ucciso, ma forse questa è la risposta giusta. Tutto quello che ti dà fastidio in una storia, probabilmente è una buona cosa. Se ti infastidisce, ti fa pensare, ti fa volere che le cose siano diverse: ed è lo scopo dell’arte, svegliarci dal sonno, pensare.
A volte è l’inizio di una domanda. A volte è disturbante, a volte ti può ispirare, abbiamo bisogno di entrambe le cose.
ON: A proposito di personaggi controversi, questa volta ci spostiamo nella vita reale. Hai detto in passato di aver apprezzato molto Louis CK come comico. Ma viste le gravi recenti vicende biografiche, ti chiedo se e quanto la vita personale di un artista può influire sulla percezione della sua arte.
 
RS: Assolutamente sì, certo che va a influire sulla percezione della produzione artistica di qualcuno. Ci sono artisti di cui amo il lavoro e so che sono soltanto degli umani con difetti. A volte non sono nemmeno persone con cui vorrei passare del tempo. Ad esempio sono una fan di Woody Allen, amo i suoi film eppure ha fatto cose discutibili come essere umano.
Come attrice sento come una mia responsabilità l’avere compassione e comprensione per l’umanità, posso ancora dire che questo non è un comportamento accettabile e delimitare i miei confini e combattere per quello che penso sia giusto nella società. Ma continuare a comprendere allo stesso tempo che ognuno di noi può fare cose terribili. Dipende dal nostro percorso di vita. Dobbiamo capirlo e avere compassione. Avere compassione per qualcosa non significa che dobbiamo permetterlo. Possiamo dire che è sbagliato ma non devo arrivare a odiare qualcuno. Posso guardare lo spettacolo di Louis CK e non importa cosa abbia combinato nella vita, ma quello spettacolo ha cuore, è toccante, è bellissimo ed è un dono al mondo. Spero che qualsiasi cosa abbia fatto nella sua vita privata si dia una sistemata e che non ferisca più nessuno. Non lo so se davvero è una brava persona o se è un idiota e io non posso essere responsabile per quello. Posso dire solo che lo spettacolo è bello e che spero che anche lui sia una brava persona.
ON: A cosa stai lavorando?
 
RS: A un film “The Telling”, un adattamento di un libro di Ursula K. Le Guin, una scrittrice meravigliosa. Cominceremo a girare in inverno ed è una storia bellissima che tratta molti temi, capitalismo, consumismo, censura, e dell’importanza di connessione umana, ma anche di cose semplici, cibo vero e conversazioni significative. Tutte cose che succedono nel mondo e lei le esplora meravigliosamente e il mio personaggio è un’antropologa interstellare. Ha creato un mondo molto ricco e mi sento onorata di essere la star di questo film indipendente. Spero renderemo giustizia a Ursula.
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Francesca Giulia La Rosa

Trekker, whovian, whedonian. Non amo le etichette (a parte queste tre). Traduttrice, editor a caccia di errori come fossero punti neri nel tessuto della realtà. A volte, trovo essere me un’esperienza profondamente imbarazzante.

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