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Star Trek Discovery verso la seconda stagione

Il 18 gennaio ritorna su Netflix la Flotta Stellare

Contiene tracce di spoiler per chi non ha visto la prima stagione.

Oggi ritorna sui nostri schermi, grazie a Netflix, la seconda stagione di Star Trek: Discovery (andata già in onda il 17 gennaio su CBS All Access). Discovery nel 2017 ha segnato il ritorno del franchising – creato negli anni’60 da Gene Roddenberry – quando ormai si pensava che il suo futuro sarebbe stato unicamente cinematografico sotto forma di reboot. Accolta con entusiasmo o rifiuto totale – vie di mezzo non pervenute – dai fan della serie che ha raccontato per decenni l’universo e l’esplorazione di nuovi mondi, la prima stagione ha offerto certamente molti spunti su cui riflettere.
Per la prima volta protagonista un ufficiale umano, donna, cresciuta da un vulcaniano (e non un vulcaniano qualsiasi ma addirittura l’ambasciatore Sarek, il padre di Spock) dopo aver perso i genitori in un attacco da parte dei Klingon.
Un’eroina dal nome maschile e un passato interessante, chi si è rivelata Burnham in questa intensa prima stagione?
Rimasta orfana viene adottata da un ambasciatore di Vulcano, particolarmente interessato alla collaborazione tra umani e vulcaniani, convinto che una concreta fusione tra culture diverse sia possibile. La figlia adottiva dovrà proprio incarnare questa possibilità di coesistenza, con la sua umanità e la sua cultura vulcaniana, dimostrando di essere all’altezza di aspettative che nessuno ha mai raggiunto prima.
Discovery riprende le fila di un rapporto tra vulcaniani e terrestri molto complesso e sfaccettato: dal Primo contatto alla sanguinosa evoluzione in Enterprise, per proseguire nelle forti diffidenze di questa stagione, tappe di un’evoluzione che arriverà a climi più distesi in Next Generation.
La troviamo cresciuta sotto l’ala materna del capitano Philippa Gerogiou della USS Shenzhou, brillante per intelligenza e abilità, a un passo da un futuro molto prossimo al comando di una propria nave.
Ma le promesse fulgide saranno infrante nel giro di pochissimo, lo spazio di una scelta affrettata.
Per quanto vulcaniana di formazione Burnham rimane in sostanza un’umana con emozioni e spinte irrazionali. Tra cui una grande curiosità. E sarà la curiosità di Michael a creare inevitabilmente guai, innescando il casus belli nella guerra tra i Klingon e la Federazione.
Il disastro diplomatico sarà irreversibile quando Burnham deciderà di ammutinarsi, spinta da una logica fallace, pensando di risparmiare un maggior numero di vite, distorcendo l’adagio “Le necessità dei molti superano i bisogni dei pochi”.
Questa scelta rappresenta anche il momento di rottura del mondo protetto in cui viveva Burnham, niente più solidi valori della Federazione, niente più pace, niente più missioni antropologiche e scientifiche. La sua identità basata su ciò che conosceva fino a quel momento si sgretola. Il suo capitano è morto, lei è una detenuta senza gradi estromessa dalla Flotta stellare, e finisce su una nave che da vascello scientifico viene completamente riconvertita a fini bellici. Tutto ciò che è stato del suo mondo non esiste più o è cambiato per sempre.

Oltre al conflitto coi Klingon, un’altra realtà che fa da contrappeso alla Federazione irrompe nella narrazione: l’universo allo specchio, l’Impero Terrano. Fulgido esempio di tutto ciò che la Federazione non è, una società razzista, dittatoriale e volta alla supremazia del più forte e alla conquista senza freni (e anche ecologicamente poco lungimirante… con un motore a spore usato peggio di uno a carbone).
I parallelismi giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo della serie: come la supremazia raziale dei Klingon che hanno costruito un sistema religioso e politico su questo assunto, facendone il punto focale per la rinascita dell’Impero, o la figura dell’imperatore forte e accentratore dei Terrani che fanno da contrappeso ai valori della Federazione. Il multiculturalismo in primis, la tutela della diversità e delle minoranze ne sono i capisaldi. I richiami alla politica e ai timori dell’occidente moderno sono evidenti, ed è un ruolo che Star Trek ha sempre accolto sin dalla sua nascita.
“Remain Klingon” o “Make the Empire Glorious Again” ci risuonano chiaramente nelle orecchie.
Forse però in questa stagione di Discovery i valori della Federazione non sono poi così sviluppati, ma esaltati per contrapposizione a quello che NON dovrebbero essere. Il tradimento di Lorca, la scoperta del suo essere un impostore è forse trattato troppo rapidamente, senza sufficiente conflittualità. Possibile che un capitano rimasto a così stretto contatto con l’universo primario non abbia assorbito nulla? Non ha visto gli avanzamenti tecnologici raggiunti dalla Flotta rispetto al più arretrato Impero Terrano? E Michael Burnham che vorrebbe al suo fianco, e che per sua ammissione supererebbe la controparte dell’universo allo specchio, è proprio il prodotto di quei valori multiculturali e di cooperazione pacifica che Lorca tanto disprezza. Ah la coerenza.
Michael si trova così tradita da un capitano che è in realtà un impostare (Lorca), un amante che si rivela un infiltrato Klingon (Tyler) e un ammiraglio che rinnega i valori della Federazione per progettare il genocidio su Kronos (Katrina Cornwell).
Un amaro risveglio, che però segna l’inizio della ricostruzione della propria identità, e di rivendicazione di quei valori che hanno segnato la sua crescita.
Molta carne al fuoco e un grande numero di spunti interessanti hanno segnato questa prima stagione, nonostante gli svariati punti di domanda che può aver lasciato, come la rapidità poco giustificata della presa di potere dell’impero Klingon da parte di L’Rell, la doppia natura di Tyler che è stata una sorpresa non proprio sorprendente, e soprattutto… cosa ci faceva un tribolo sulla scrivania di Lorca?? L’aspetto attuale dei Klingon è ancora tristemente in attesa di una giustificazione. Anche i continui richiami un po’ forzati al canone possono risultare un po’ pesanti. Il fatto che Burnham sia la sorella di Spock aggiungerà veramente qualcosa? O la comparsa dell’Enterprise nel finale di stagione è davvero funzionale alla storia o è l’ennesima strizzata d’occhio di una serie che dovrebbe confermare la sua validità in altri modi più solidi?
Ma nonostante i punti controversi o un po’ debolini, rimane una stagione col botto, ricca di promesse. E ha l’innegabile pregio di aver riaperto le porte per una serialità su piccolo schermo del mondo di Star Trek, favorendo la nascita di diversi nuovi progetti.
Uno spin-off di Discovery è infatti stato confermato, a raccontare le vicende della versione allo specchio di Philippa Georgiou all’interno dell’organizzazione di spionaggio della Flotta Stellare, la Sezione 31. O anche una nuova serie animata, Star Trek: Lower Decks.
Ricca di aspettative è soprattutto la nuova serie su Jean-Luc Picard, con Patrick Stewart pronto a rivestire i panni di uno dei capitani più amati della Flotta Stellare. Ancora un rumor ma che potrebbe promettere molto bene, in scrittura (non confermata) ci sarebbe una serie dedicata perfino all’Accademia.
Star Trek continua ad essere un mondo che ha molto da dare e su cui i fan potranno discutere ancora per molti anni a venire.

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Francesca Giulia La Rosa

Trekker, whovian, whedonian. Non amo le etichette (a parte queste tre). Traduttrice, editor a caccia di errori come fossero punti neri nel tessuto della realtà. A volte, trovo essere me un’esperienza profondamente imbarazzante.

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