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Suspiria 1977: non abbiate paura dei remake

Speriamo che nessuno di voi si aspetti una recensione di Suspiria di Dario Argento, sarebbe come analizzare un Goya.
Ci sono opere d'arte che hanno raggiunto tale epiteto perché semplicemente non sono altro, è il caso di Suspiria, è così, è arte, e basta.
Perché lo è palesemente non c'è qualcuno da convincere, basta guardare.
Prima della nostra recensione del remake di Suspiria di Luca Guadagnigno, che poi remake non è proprio, abbiamo voluto chiudere un attimo gli occhi sotto la pioggia, lasciarcela scorrere addosso e  pensare, ricordare.
Mentre riflettevamo sul lavoro di Argento ci siamo accorti di una cosa: la pioggia era una pioggia di sangue, una pioggia di larve e fil di ferro.
Per alcune cose un ombrello non basta.
Come la paura dei remake, decenni di riedizioni di film che amiamo ci hanno induriti e resi diffidenti dalle operazioni di genere, anche noi in redazione ci siamo spesso trovati a storcere il naso davanti a un'operazione commerciale palese e senza spirito.
Ma non dobbiamo dimenticare che “remake” non è sinonimo di “mancanza di idee”, non è sinonimo di “soldi facili” anche se decine di pellicole, soprattutto negli ultimi anni, ci hanno suggerito il contrario.
Un remake è come un nuovo dipinto di un paesaggio già ritratto, di una modella, due artisti di fronte alla stessa musa che ciascuno a modo suo la interpreta, così si fa un buon remake.
Quando il pittore usa un altro quadro come modello, ecco, lì la dicitura “remake” vacilla, si impoverisce e ci porta a pensare che remake sia solo un altro modo di dire “copia”.
Solo un folle, o forse Gus Van Sant, copierebbe un'opera d'arte pennellata per pennellata.
Anche se i remake riusciti ci sono e quando riescono sono grandiosi, come La Cosa di Carpenter o La Mosca di Cronenberg, l'enorme quantitativo di fallimenti abbatte le aspettative dello spettatore, guidato anche dalla nostalgia vede luci di un passato che lo abbagliano.
Ma Suspiria del 1977 è troppo distante da oggi per un reale confronto, sotto ogni punto di vista, parliamo di 41 anni di distanza che nell'arte cinematografica, sopratutto negli horror, sono un abisso.
Allora quello che dovete fare è sedervi, scrollarvi di dosso il sangue di prima, e guardarvi Suspiria del 1977 come fosse un giro al museo, un posto in un luogo che il lavoro di Argento si è guadagnato da tempo e che mai verrà spostato.
Poi, dopo il vostro giro, magari anche in altri horror degli anni settanta, andare al cinema e guardare Suspiria 2018, non per paragonarli, ma per capire cosa significa “stile”.
Non abbiate paura dei Remake.

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