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The mist: dentro la tragedia sociale di Stephen King

Tratta dall'omonimo romanzo di Stephen King, La Nebbia (The Mist), serie distribuita da Netflix, mette sul palco le tragiche vicissitudini di Bridgeville, una cittadina del Maine pervasa da una fitta nebbia che uccide chiunque provi ad avventurarvisi, costringendo i cittadini superstiti a trovare rifugio all'interno di pochi edifici pubblici. 

In questo contesto, le profonde divergenze personali, il sospetto e le ombre del passato – recente e non – faranno scoppiare violente conflittualità tra i superstiti, presentando allo spettatore uno scenario tipico dell'opera del Re, quello di gruppi umani che, assediati da presenze soprannaturali, trovano in se stessi e nella propria disperazione il pericolo più grande.

Un paradigma ricorrente

Gli amanti della narrativa di King avranno quasi sicuramente notato come lo schema su cui si muove La Nebbia non sia di certo un'anomalia nella produzione del Re, all'interno del quale la dimensione orrorifica si muova sempre sul filo di un orizzonte ambiguo, che presenta sì creature mostruose, rimaste impresse a vivo fuoco nell'immaginario collettivo (want a baloon?), ma raggiunge la massima intensità nella costruzione di immensi meccanismi sociali descritti fin nei minimi dettagli, e nella reazione degli stessi alla minaccia paranormale, che spesso – questo è il caso di The Mist – rimane sullo sfondo, come limite delle azioni e delle aspettative dei protagonisti. Osserviamo gli sviluppi di questo leitmotiv focalizzando la nostra attenzione su tre distinte opere del World Horror Grandmaster: La Tempesta del Secolo, IT e The Dome.

La tempesta del secolo, scritto sotto forma di sceneggiatura per una serie TV, prodotta da ABC nel 1999, non è di certo una delle pubblicazioni più famose del Re, ma, oltre a colpire per l'insolita struttura narrativa, riesce a condensare diverse tematiche, quali il riferimento alla cultura popolare americana, la minaccia di un outsider nei confronti di una cittadina isolata, e, ciò che interessa di più alla nostra esposizione, lo sfaldamento del tessuto sociale davanti all'emergere del lato più oscuro della vita di chi lo compone. Così i cittadini di Little Tall, isolotto fittizio del Maine, scopriranno, a causa dell'ancestrale e demoniaca presenza di Andre Linoge, che dietro la patina di candida innocenza che ricopre le loro vite si celano segreti dolorosi.

Al contrario, IT è probabilmente il più famoso e incisivo tra i romanzi di King. Al riguardo c'è poco da dire: si tratta di un monumento della cultura dell'horror, dal quale sono stati tratti una miniserie televisiva (1990) e un vero e proprio prodotto cinematografico approdato in questi giorni anche sui grandi schermi italiani. Interi capitoli di questa pietra miliare sono dedicati, più che a cruente scene di horror puro, alla descrizione della cittadina di Derry e del suo passato, alla narrazione dei più intimi vissuti dei suoi cittadini, tutti, in un modo o nell'altro, conniventi con la creatura che la abita. Alcuni dei passi più claustrofobici dell'opera sono proprio quelli in cui i perdenti si rendono conto di essere totalmente accerchiati e indifesi: perché IT è Derry e Derry è IT; il loro nemico non è solo un mostro mutaforma, bensì un'intera comunità, malata e asservita alla bestia che dà loro la caccia.

Infine, The Dome, ciclopico romanzo anch'esso oggetto di un adattamento televisivo. È forse questo l'esempio più chiaro di come in King a farla da padrone sia una sorta di orrore sociale. Quando un'enorme e impenetrabile cupola taglia fuori dal mondo la città di Chester's Mill, saranno i suoi stessi abitanti a decidere del proprio destino. Nessuna creatura assetata di sangue, nessun demone li perseguiterà.  Ogni morte, ogni tragedia peserà solo sulla coscienza di una comunità che rivelerà gradualmente il proprio aspetto più marcio, in un crescendo quasi delirante di malvagità puramente umana che supera in follia e crudeltà molti grandi esempi di horror tradizionale.

Il laboratorio sociale di Golding

Guardandoci indietro alla ricerca di un qualche precedente nella storia della letteratura, ci imbattiamo nel Premio Nobel per la Letteratura William Golding, il quale, nella sua opera più famosa, Il Signore delle mosche, ha costruito un dispositivo narrativo non così differente da quello che abbiamo rintracciato nell'opera del Re. Anche qui assistiamo ai disperati tentativi di sopravvivere messi in atto da una comunità isolata, perseguitata dall'ombra di una creatura misteriosa e minacciata dalle turbe psicologiche dei suoi stessi componenti. Golding, che aveva lavorato nell'ambito dell'istruzione elementare, aveva trovato una preziosa fonte di ispirazione negli atteggiamenti dei bambini cui insegnava quotidianamente. Era infatti solito proporre alla propria classe una discussione, aspettare che si movimentasse e poi andarsene, per poter osservare non visto il comportamento degli alunni al venir meno dell'autorità restrittiva. Inutile specificare il risultato: baraonde senza regole.

Da questa esperienza, che lo aveva messo di fronte al caos e alla violenza che dominano persino le creature all'apparenza più innocenti, Golding era riuscito a estrapolare un insegnamento, una chiave di lettura che potremmo tranquillamente applicare alla tragiche narrazioni di Stephen King: l'uomo produce il male come le api producono il miele.

Testi di Mario A. Vella (Ecce Ovo)

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