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The Punisher, corpo morto che cammina | Recensione

Abbiamo visto la seconda stagione dedicata al Punitore, ecco cosa ne pensiamo

Una siringa di adrenalina piantata dritta nel cuore. Questa è la metafora perfetta per tutto quello che è la seconda stagione di The Punisher. In grado di rivitalizzare un corpo morto, dargli quella scossa che lo sveglia dal suo torpore e lo fa urlare: di gioia, di paura e di sorpresa. Perché quando arriva Frank Castle sullo schermo è tutto un grande sperare. Non puoi far altro che metterti da parte e pregare di non essere coinvolto in quello che succederà dopo. Sangue e violenza sono in arrivo.

The Punisher: dove eravamo rimasti?

 

Frank Castle (Jon Bernthal) ha sistemato i conti con il passato, con gli assassini della sua famiglia e con i suoi demoni personali. Una nuova identità e una nuova strada gli si aprono davanti con la possibilità di una vita diversa. Sono scelte così paradisiache, da non sembrare vere, quasi sussurrassero a tutti la brevità delle loro intenzioni. Quello che ritroviamo è un Frank “on the road”, che si ferma a bere una birra in un pub, con una occhiata di riguardo verso la donna dietro il bancone (Alexa Davalos). Un Frank che passa dalle chiacchere alla rissa con una naturalezza disarmante, perché il Signore non voglia che la prima puntata sia priva di sangue e botte. Amen. Da qui partiranno tutte le trame della seconda stagione, con la fresca entrata di Amy (Giorgia Whigham), un’adolescente braccata da un gruppo di assassini, guidati dal misterioso John Pilgrim (Josh Stewart), e il ritorno del “bello”, Billy Russo (Ben Barnes). Passato e presente si mescolano per creare quel caos rosso in cui pallottole e minacce sguazzano a meraviglia.

Frank Castle: non può vivere senza una guerra

 

La seconda stagione di The Punisher non dimentica la prima, ma sotto alcuni aspetti la mastica e la sputa fuori a pezzi. Lo showrunner, Steven Lightfoot, riprende il vecchio Frank e lo reinventa. Lo costringe di nuovo a subire il passato drammatico, per non dimenticare, con lo scopo di farlo evolvere, offrendoci nuove interpretazioni dello stesso teschio. Il naso fin troppo scomposto, la voce rauca e il demone dentro, fanno di Jon Bernthal il punitore perfetto. Si riconferma nella parte, con una performance da inferno, dei dialoghi scritti con cervello e acume, e un’azione che distrugge (a livello coreografico) quella della prima stagione. È un piacere per gli occhi ogni volta che alza il pugno sporco di sangue, che fa scattare i muscoli o semplicemente designa la prossima vittima. Non devi fare altro che sederti e goderti lo spettacolo. Chissà come lo ucciderà stavolta?

E quando l’adrenalina finisce il suo corso?

 

Purtroppo però per quanto la violenza sia magistralmente veicolata verso i giusti obiettivi, da sola non basta a nascondere alcuni difetti. Se finora ci siamo gettati in lodi a senso unico forse era anche a causa di quella siringa che ci usciva dal petto. Ora l’effetto va svanendo e, dopo la paura, torna la ragione. La seconda stagione di The Punisher soffre della solita malattia Netfix-Marvel: troppe puntate, comprimari non all’altezza e villain di passaggio. Perché se è un piacere ogni singola goccia di minutaggio in cui Bernthal è sullo schermo, è altrettanto una lenta noia quando manca. Il suo carisma è la colonna portante della serie, se ci fossero ancora dubbi. Regge finché il suo muso si vede, poi inizia a traballare. Le altre trame mancano del fuoco distruttore di cui arde quella principale. E non basta l’inserimento di più villain nella stagione. Questi non hanno la presa sufficiente sul grilletto per sparare al bersaglio, e sappiamo tutti che alla fine Frank Castle è l’unico personaggio che non tiene una lista di nemici nel giubbotto. E se quella lista esistesse i nomi sarebbero barrati da una pesante linea rossa.

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Non ho incominciato io, ma sarò io a finire

 

La seconda stagione di The Punisher è l’heavy metal di tutte le serie Marvel. È una sinfonia che alterna la crescita del personaggio, la consapevolezza del suo ruolo, humor nero e sana violenza. Non è perfetta, esattamente come l’uomo che rappresenta, ma ha una filosofia tutta sua, per cui è disposta a battersi e a morire (non dubitiamo che sia questo il suo destino visto il recente trend Netflix). È una serie che è tanto violenta quanto divertente da vedere, in grado di portare Frank al suo ruolo naturale. Peccato che ci sia la reale possibilità che questa sia la sua ultima avventura. I criminali ringraziano.

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Mattia Russo

Laureato in Comunicazione, Marketing e Pubblicità per farla breve, e aspirante giornalista. Curioso per natura, dalla vena impicciona, tendo a leggere qualsiasi cosa, con un'inclinazione al fantasy. Non sono uno che ama i silenzi e parlo troppo. Pace.

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