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The Theory of Everything: la storia di un uomo

Sapevamo, mentre ci mettevamo in movimento verso il cinema Apollo di Milano per vedere l'anteprima di The Theory of Everything, che il film sarebbe potuto essere un centro perfetto, oppure un'occasione perduta. Lo si dice di tante altre opere, e spesso è vero. Lo è di certo in questo particolare caso: il film, che racconta la incredibile, nel senso etimologico del termine, storia di Stephen Hawking, della sua vita, della sua carriera di scienziato e naturalmente della sua malattia, correva il terribile rischio di rappresentare il tutto in maniera caricaturale, retorica, come un clichè. Lasciateci dire, fin da subito, che questo rischio è stato schivato straordinariamente bene.
The Theory of Everything è la storia di Stephen Hawking, dicevamo. Tutti conoscono Stephen Hawking: forse il più famoso scienziato dei nostri tempi, rivoluzionario pensatore, straordinario matematico, scardinatore di teorie, autore brillante. Tutti conoscono la sua malattia, la sclerosi laterale amiotrofica, che lo costringe a vivere su una sedia a rotelle motorizzata, incapace di alcun movimento, costretto a parlare tramite un complicatissimo sistema di sintesi vocale, lasciando però del tutto intoccato il suo brillante cervello. Letteralmente, il suo corpo è una prigione per la sua mente.
Non tutti conoscono, però, la storia personale di Stephen, quella di lui come uomo, dei suoi affetti, della sua famiglia, delle clamorose sfide e difficoltà che sono state affrontate dalla moglie, Jane, e dai loro tre figli, nella titanica impresa di accompagnare Stephen in quello che sarebbe dovuto essere un viaggio di due anni appena, dalla diagnosi della malattia, avvenuta negli anni Sessanta.
Il film prende la consapevole, limpidissima e, secondo noi, azzeccata decisione di concentrare la narrazione proprio su questo aspetto. Certo, trattandosi della vita di Stephen Hawking le sue teorie, la sua vita di scienziato, la incessante ricerca per la mitica "teoria del tutto" e il rapporto con i colleghi, da Roger Penrose a Dennis Sciama, hanno un posto estremamente importante. Ma, anziché presentarci la sua vita come quella di uno scienziato crudelmente beffato dal destino che lo ha dotato della mente più brillante del Novecento ma di un corpo incapace di ospitarla, il regista James Marsh ci presenta la storia d'amore di un uomo e della sua famiglia, dando altrettanto spazio agli aspetti straordinari che a quelli ordinari. Già, perché nonostante la leggenda che si è formata attorno a Stephen Hawking abbia fatto un ottimo lavoro nel creare l'illusione della natura del tutto super-umana dello scienziato, nulla è più lontano dal vero. Siamo certi che per molti sarà sconcertante scoprire che Stephen abbia avuto tre figli, abbia divorziato due volte, abbia passioni oltre la fisica, e momenti della sua vita più o meno felici o infelici. 
La figura stessa dello scienziato ha, ormai, una certa aura di mito: l'uomo con la testa fra le nuvole, interessato solo alla scienza, genio nel suo campo, privo di qualunque altra capacità. Questo clichè è amplificato nel caso di Stephen, e troviamo un'ottima cosa che questo film, tratto del resto dall'autobiografia della moglie Jane, che ha osservato i fatti da un punto di vista privilegiato, faccia di tutto per smantellare questa idea lontanissima dal vero.
Parlare di ciò che c'è di bello e riuscito di The Theory of Everything equivale a parlare dell'incredibile (ancora una volta usiamo il termine consapevoli del suo significato) performance degli attori, e di Eddie Redmayne in particolare. In un film con un cast di attori strepitosi, ciascuno dei quali offre una prova d'eccezione, il protagonista riesce formidabilmente a spiccare sul gruppo, con una prestazione davvero da Oscar. Ci sorprenderebbe davvero non vederlo stringere la statuetta dorata quando sarà il momento: Redmayne riesce a dar vita ad uno Stephen Hawking tanto credibile da sembrare vero, con un impressionante uso della propria fisicalità, tanto più impressionante quando valutato per l'interezza della pellicola. Osserviamo sullo schermo il declino, lentissimo e inesorabile, del fisico sempre più martoriato di Stephen, e Redmayne è davvero bravissimo a renderlo vivido, doloroso, faticoso, scomodo, senza mai, in nessun istante, renderlo macchietta. Lo stesso Hawking, quello vero, ha detto che guardare il film è stato come riguardarsi in quei momenti, da tanto accurata è stata la rappresentazione. 
Gli altri attori, dicevamo: Felicity Jones, Charlie Cox, Harry Lloyd, David Thewlis. Tutti eccellenti. Felicity Jones, in particolare, l'altra protagonista del film nel ruolo della moglie Jane, è fantastica, totalmente calata nella parte, davvero credibile nel difficile equilibrio fra affetto e fatica, tipico dei familiari di chi soffre di malattie degenerative. Talmente brava da rubare a Redmayne la luce del palcoscenico in molti momenti del film, in cui è Jane la reale protagonista.
Condito con una sottile e davvero deliziosa ironia, elegante e mai di troppo, ed una sceneggiatura che riesce ad essere commovente ed ispiratrice senza mai cadere nella retorica, The Theory of Everything è uno dei migliori biopic degli ultimi tempi, che restituisce di Stephen Hawking una figura più umana, meno irreale, per questo anche meno eroica forse, ma proprio per questo molto più coinvolgente.

Gabriele Bianchi

Lettore, giocatore, conoscitore di cose. Storico di formazione, insegnante di professione, divulgatore per indole. Cercatelo in fiera: è quello con la cravatta.

5 Commenti

  1. Purtroppo non ho ancora visto The Imitation Game! Appena rimedio, ti so dire. Per ora, bè, credo si sia capito che The Theory of Everything mi è piaciuto davvero un sacco.

  2. Fantastico film assieme a The Imitation Game, due grandi attori protagonisti, due grandi attrici a dar manforte (e a volte superare).
    Entrambi i film però sono molto più incentrati sulla vita e l’amore piuttosto che su qualche curiosità tecnica (che avrebbero innalzato i film, anche con poche piccole scene in più).
    Regia, scenografia, sceneggiatura e interpretazioni eccellenti sicuramente! Vanno visti entrambi! E se qualcuno è diventato curioso grazie a questi film (visto che quasi nessuno nelle sale conosceva Alan ne Stephen -mi aspettavo che il pubblico conoscesse allemno Hawking-) beh tanto di cappello.
    Aguri sia ad Eddie che Benedict, che vinca il migliore (e speriamo che gli Oscar abbiano senso quest’anno).

    Tra le scene più ironiche una cita il nostro amato Doctor Who ed è stato spettacolare!

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