Il nuovo anno è cominciato con l’uscita su Netflix della terza stagione di “Una serie di sfortunati eventi“. Terza ma anche ultima stagione: con questo capitolo, infatti, si concludono le disavventure (almeno quelle narrate) degli orfani Baudelaire. Quindi, finita la serie nella sua totalità, sorge una domanda: è riuscita a rendere giustizia ai libri, nella loro unicità e stranezza?

Una Serie di Sfortunati Eventi: dalla carta a Netflix

Spesso, a chi parte prevenuto con la solita frase “Il libro è meglio del [inserire medium per cui la trama del libro è stata adattata]”, si dice che non ha senso confrontare troppo a fondo la versione letteraria con quella multimediale. E spesso questo consiglio ha senso: per formati diversi una stessa storia richiede punti di vista e ritmi differenti, e si dovrebbe essere in grado di apprezzare separatamente i due prodotti in quanto tali.

una serie di sfortunati eventi libri

La domanda ha però fondamento in questo caso: fin dall’inizio la serie ha mostrato la volontà di voler essere fedele ai libri, e il coinvolgimento dell’autore Daniel Handler (in arte Lemony Snicket) non fa che confermare lo scopo dell’adattamento, ovvero creare un prodotto televisivo strettamente legato a quello letterario. Ma è stato questo il caso?

SPOILER ALERT

Espandere piuttosto che cambiare

Vi sono indubbiamente cambi di trama tra la serie e i libri, ma sono per lo più irrilevanti o funzionali al formato Netflix. Alcuni personaggi, come i fenomeni da baraccone del Carosello Caligari Larry Il Cameriere, trovano una morte prematura rispetto alla loro controparte letteraria. Altri, come Kit Snicket, ricevono un po’ più di screen time di quanto gli spetterebbe secondo i libri, o al contrario non appaiono per nulla, come il Capitano Widdershins. Nulla che cambi comunque veramente qualcosa nel quadro generale.

Le differenze veramente rilevanti tra i due formati sono le aggiunte al canone: conferme a cose già intuibili dai libri, ma anche aggiunte totalmente inedite. Vediamo integrate ed espanse nella narrazione altre opere dell’autore appartenenti allo stesso universo, come The Beatrice Letters L’autobiografia non autorizzata di Lemony Snicket. Ci viene confermato che il tassista nel dodicesimo libro è Lemony Snicket stesso, e che Ishmael, il capo-villaggio nell’ultimo libro, non è altro che il fondatore di VFD. Ci viene addirittura mostrata, in un flashback, la tanto nominata notte all’opera, dove il Conte Olaf rimane orfano e dove viene rubata la zuccheriera.

zuccheriera

Quest’ultima, MacGuffin per eccellenza della letteratura per ragazzi, è anche protagonista del forse unico cambiamento che potrebbe far storcere il naso: nella serie, infatti, viene rivelato il suo contenuto, rimasto fino ad ora misterioso ed oggetto di speculazioni. Una scelta comprensibile, che soddisfa la curiosità di molti lettori (e non turba i nuovi arrivati), ma che mostra quanto la versione di Netflix diverga da quella letteraria nello spirito.

Climax e denouement: lo spirito di “Una serie di sfortunati eventi”

Durante la traduzione dall’inglese all’italiano dei libri, sia il nome dell’hotel protagonista de “Il Penultimo Pericolo”  che il cognome dei trigemini ad esso legato fu cambiato da DenouementClimax, in un tentativo forse di proporre ai lettori un termine più familiare e dal significato comunque sensato.

E in realtà si trattò di una traduzione azzeccata, anche se non propriamente letterale. Il denouement è il momento finale, l’epilogo, dove tutti gli intrecci si sciolgono e tutto viene spiegato, in questo caso alludendo, con un’amara ironia, al processo che avrebbe dovuto risolvere le disavventure dei Baudelaire.

Il climax, invece, indica un crescendo, un susseguirsi di eventi di intensità sempre maggiore. E in qualche modo descrive in maniera perfetta il ruolo di questo volume all’interno della trama generale: libro dopo libro, i segreti e gli intrecci tra i vari personaggi emergono sempre di più, e il dodicesimo capitolo non è che il picco di questo crescendo, dove tutto e tutti sono riuniti per quella che sembra essere l’apice della vicenda.

una serie di sfortunati eventi hotel denouement

Il senso di climax, di strati che si aggiungono e domande la cui risposta porta, invece che a dei chiarimenti, solo ad altre domande ancora più oscure, è anche la cosa che differenzia maggiormente la serie tv dai libri. Nei secondi, infatti, l’esistenza dell’organizzazione VFD emerge abbastanza lentamente, indizio dopo indizio, così come il legame dei vari personaggi ad essa. Nella serie Netflix, invece, per quanto la trama legata ai Baudelaire sia sostanzialmente invariata, tutto risulta molto più esplicito.

I volumi crescono sia in contenuti che in dimensioni (da 162 pagine per Un Infausto Inizio fino a 324 per La Fine), mentre nella serie ogni libro (con eccezione dell’ultimo) è raccontato in due puntate da 50 minuti – perfette per gli ultimi libri, esageratamente lunghe per i primi. La necessità di mettere più carne a fuoco, ed un approccio sensibilmente diverso da quello letterario nel rivelare o meno certe cose, porta per esempio alla trama parallela dei Quagmire durante la prima stagione. Una trama, creata ad hoc e sostanzialmente ininfluente per il resto della storia, trascina fin da subito gli spettatori nel mondo di organizzazioni segrete e “misteri“, invece di introdurveli gradualmente.

 

Ne è valsa la pena?

Ma quindi, questa serie, nell’ottica di adattamento letterario, merita di esistere e di essere vista? La risposta è un convinto . Nonostante quanto detto fino ad ora, la trama è trasposta in maniera incredibilmente accurata e convincente. L’atmosfera, la musica, i colori, tutto è surreale, e ricorda, positivamente, lo stile di Wes Anderson. La differenza di spirito risulta alla fine funzionale all’adattamento e a chi non ha letto i libri, mentre gli appassionati, nonostante queste differenze, possono godere di un’ottima trasposizione e scoprire nuovi dettagli inediti.

E voi cosa ne pensate? Se avete letto i libri, quali differenze vi hanno colpito di più?


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Giovanni Natalini

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Ingegnere Elettronico prestato a tempo indeterminato alla comunicazione. Mi entusiasmo facilmente e mi interessa un po' di tutto: scienza, tecnologia, ma anche fumetti, podcast, meme, Youtube e videogiochi.