IntrattenimentoScienza e Tecnologia

Un’area del cervello per riconoscere i Pokémon

Perché le ore che abbiamo speso da bambini a giocare a Pokémon sono tornate utili alla scienza

Ah! La gioventù! Quando portavi di nascosto il Game Boy a scuola perché mamma aveva paura che tu lo perdessi, quando ancora c’erano solo 151 Pokémon, niente internet e se usavi forza sul camioncino rosso appariva Mew. E se vi dicessi che tutte le ore passate a giocare a Pokémon in gioventù sono servite per un esperimento? Jesse Gomez, Michael Barnett e Kalanit Grill-Spector, infatti, il 6 Maggio hanno pubblicato un articolo dal nome: “Extensive childhood experience with Pokémon suggests eccentricity drives organization of visual cortex“. I Pokémon sono sbarcati su Nature Human Behaviour.

Ah, ma quel Pokémon è sicuramente un Volt..

Che ci fanno i Pokémon su una rivista scientifica?

Si parla, stavolta, di riconoscimento di stimoli visivi. Non è che ci sia molto chiaro come faccia il cervello a distinguere immagini diverse, le categorizza? In base a cosa? Come possiamo predire quale parte del cervello verrà attivata?

Per questo tipo di studi si dovrebbero insegnare ai bambini, i cui cervelli si stanno ancora sviluppando, a riconoscere un nuovo stimolo visivo, monitorando quali regioni del cervello rispondono. A Jesse Gomez, uno degli autori dello studio, questo metodo non sembra particolarmente etico. Poveri bambini: bisognerebbe, infatti, tenerli molte ore al giorno fermi, facendogli vedere immagini, tutte alla stessa luminosità, alla stessa distanza, molte volte di seguito…

Aspetta, ma negli anni ’90 i bambini ci si sono sottoposti da soli, a questa trafila! Tutti tenevano lo stesso dispositivo, il mitico Game Boy, circa alla stessa distanza, le immagini erano principalmente statiche, uguali e ripetute, per ogni mostriciattolo tascabile, innumerevoli volte durante le ore di gioco. Insomma, persone che avessero giocato a Pokémon da bambini sarebbero state un campione perfetto.

E così è stato. Lo studio prende in considerazione un campione di 11 esperti, persone che abbiano giocato con i mostriciattoli tascabili da bambini e poi continuato, e 11 novizi. Dopo essersi accertati che, in effetti, i giocatori sapessero distinguere un Voltorb da una vista dall’alto di un Jigglypuff, si è passati allo studio vero e proprio. Sottoposti a a risonanza magnetica funzionale, ai partecipanti allo studio sono stati fatte vedere immagini di volti, corpi, cartoni, pseudoparole, Pokémon, animali e corridori.

Il risultato? Nonostante il campione sia così piccolo, sembra che la vista dei Pokémon attivi la stessa area del cervello per tutti i fan della prima ora. I risultati, inoltre, supportano la teoria dell’eccentricity bias, secondo cui la grandezza dell’immagine e il fatto che la stiamo guardando con la visione centrale o periferica influenza la regione del cervello che verrà attivata. È bello sapere che tutte le pokéball tirate per catturare Mewtwo siano servite alla scienza.

 

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Matteo Magherini

Matteo Magherini, noto ad alcuni come Asciugamano, è un gatto professionista. Una volta completato l’obiettivo « laurea triennale in fisica » ha deciso di scegliere la classe « fisico delle particelle » e si aggira tra un esame e l’altro intento a livellare. Appassionato di fantascienza, arrampicata e chitarre è campione nazionale di freddure.

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