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Perché esplorare lo spazio?

Nel 1970 si svolse un capitolo fondamentale nella storia delle esplorazioni spaziali, nello specifico la missione Apollo 13; rimasta negli annali per il suo epilogo fallimentare (rispetto allo scopo previsto: non riuscirono ad allunare) ma fondamentale per la confermata capacità di reazione in una situazione di crisi dell’equipaggio e degli addetti NASA.
Un anno prima c’era stato lo sbarco sulla Luna e la guerra fredda era ancora una realtà. Insomma l’umanità stava vivendo un momento molto speciale e la discussione sull'esplorazione spaziale era particolarmente vivace.
Molte delle questioni portate a galla una quarantina di anni fa sono molto simili a domande che ci troviamo ad affrontare ancora oggi: su tutte la questione sul perché spendere tanto per le missioni spaziali [qui il nostro punto di vista].
A questa precisa domanda nel 1970 rispose con una famosa lettera il responsabile NASA Ernst Stuhlinger.
La lettera di Stuhlinger era la risposta a una missiva inviatagli da una suora missionaria, Mary Jocunda, impegnata nello Zambia, nella quale si poneva una questione spinosa: perché Stuhlinger aveva proposto di finanziare una missione per l’esplorazione di Marte, quando esistevano così tanti bambini nel mondo che morivano di fame?
Le argomentazioni del responsabile NASA, in seguito pubblicate con il titolo Why Explore Space? (potete leggerle in lingua originale qui) sono attuali ancora oggi e continuano ad essere il motore ideologico alla base delle esplorazioni spaziali.
L’argomentazione si poggia sul concetto di base per cui la ricerca spaziale potrà fare di più per i gravi problemi del pianeta, tra cui la sofferenza dei bambini affamati, di quanto si possa risolvere la situazione semplicemente devolvendo alla causa grandi quantità di denaro.
La NASA, quindi, si pone come il benevolo conte tedesco di una storia che riporta Stuhlinger.
Il conte viveva in Germania circa 400 anni fa, spesso donando quanto aveva ai poveri della città. A un certo punto incontrò uno sconosciuto che passava il suo tempo a lavorare su piccole lenti ottenute da pezzi di vetro, montandole su dei tubi e osservando così oggetti piccolissimi. Decise quindi di ospitarlo e dare buona parte del suo denaro per finanziarne le ricerche.
La gente del popolo si arrabbiò molto perché pensava che il conte sprecasse i suoi soldi, mentre loro erano poveri e afflitti dalla peste. Il conte rimase fermo nel suo proposito ed effettivamente fece bene, perché dal perfezionamento degli strumenti ottici si arrivò al microscopio, che si rivelò molto più utile nel combattere la peste dei soldi che avrebbero ricevuto i malati direttamente dal conte.

Non è quindi una risposta efficace ai problemi del mondo, rinunciare a investire sulla ricerca; non è abbandonando le missioni spaziali che si risolverebbe il problema della fame, anzi è molto più probabile il contrario. 
Stuhlinger era convinto, e noi con lui, che lavorando sui programmi spaziali si potesse dare un contributo nel mitigare, e alla fine risolvere, gravi questioni quali la povertà e la fame sulla Terra.
Ci sono due nodi alla base del problema di quest'ultima: la produzione e la distribuzione del cibo.
La produzione di cibo infatti è efficiente solo in alcune zone del pianeta e molte aree sarebbero meglio utilizzabili con metodi efficaci di controllo dell’irrigazione, fertilizzanti, previsioni meteo, programmazione delle piantagioni e molte altre tecniche avanzate che però tendono a non essere a disposizione ovunque nel mondo.
Sarebbe però possibile aumentare la produzione alimentare con lo studio e la valutazione dei terreni con satelliti in orbita, mentre il problema della distribuzione sarebbe già drasticamente risolto grazie a migliori relazioni internazionali, che i programmi spaziali possono attivamente promuovere.
Un punto importante della lettera riguarda il progresso tecnologico. 
Spesso infatti non è con un approccio diretto che si ottengono dei risultati efficaci, ma è fissando obiettivi ambiziosi che spingono a una maggiore motivazione per immaginare e innovare, facendo sì che gli uomini diano il loro meglio.
E l’esplorazione nello spazio svolge proprio questo ruolo: ogni anno centinaia di soluzioni brillanti sono generate grazie ai programmi spaziali che portano a migliori tecnologie, utensili in ogni ambito o migliori mezzi di comunicazione utili per la vita di tutti i giorni.
Stuhlinger era perfettamente cosciente che un viaggio verso Marte non sarebbe stato direttamente fonte di cibo per i bisognosi, ma era certo che questo investimento avrebbe portato a nuove tecnologie e capacità collaterali e che il progetto sarebbe valso ogni investimento monetario.
Il propellente principale della ricerca umana verso l’ignoto, e lo spazio in modo particolare, è una forte volontà di andare oltre i limiti, una spinta evolutiva ormai non più solo biologica, quanto tecnica e intellettuale. Vi ricordiamo a questo proposito il discorso di Kennedy Because it’s there del 1962.
Nonostante la competizione con la Russia gli intenti dichiarati erano pacifici, fin dall'inizio della corsa verso lo spazio, gli Stati Uniti si sono posti come obiettivo prima di tutto l’esplorazione e la conoscenza.
Esplorazione e conoscenza che hanno un bisogno imprescindibile di fondi.
Ed ecco che veniamo alla questione forse più grama, cercando di capire in cosa consista effettivamente. Nel 1971, anno a cui fa riferimento Stuhlinger, veniva stanziato per la NASA l’1,61% del budget federale degli USA. Era un periodo in cui il finanziamento era ancora particolarmente alto, essendo gli anni della corsa allo spazio, e al contribuente statunitense medio costava circa 30 dollari l’anno. Nel 1966 si arrivò al picco del 4,41%, mai più eguagliato, principalmente per sostenere il programma Apollo (per il 1966).

Cosa è cambiato da allora?
Per il 2015 la spesa effettiva è stata di 18,01 miliardi di dollari, considerando che il budget federale è stato di 3688 miliardi è lo 0,49% del totale, una bella differenza da quello previsto per il 1971.
Mentre per l’anno fiscale 2016, non ancora concluso per cui si parla ancora di stime, Obama ha richiesto 18,5 miliardi, e il Congresso ha approvato una cifra maggiore, pari a 19,3 miliardi. Su un budget federale di circa 4000 miliardi si è ancora intorno allo 0,48% (qui in merito al budget previsto per il 2017).
Percentuali estremamente basse di investimento se si considera che dal 1976, la NASA ha creato 1400 invenzioni che si sono poi rivelati prodotti o servizi preziosi: come macchine per la dialisi renale, TAC o il cibo liofilizzato.
Ad oggi parecchie tecnologie sviluppate dalla NASA finiscono sempre più velocemente in mano ad aziende e organizzazioni nei campi più disparati: nel 2016 ad esempio gli scienziati della NASA hanno aiutato a sviluppare un forno in grado di trasformare rifiuti in plastica in prodotti utili derivati da petrolio. O le tute anti-G usate dai piloti per sopportare le accelerazioni sono state adattate per salvare le donne dalle emorragie post parto.
Non è finita: un sistema progettato per trasformare l’atmosfera marziana in carburante per razzi sta aiutando alcuni birrifici a ricatturare anidride carbonica e carbonato per le bolle della birra.
I nord-americani percepiscono diversamente questa spesa, infatti una recente indagine pubblicata da The Space Review ha rivelato che il cittadino statunitense medio è convinto che addirittura un quarto del budget federale finisca nelle casse della NASA: un quadro ben lontano dalla realtà.
Stupisce notare come l’uomo comune sia scandalizzato e poco informato su quanto costino e cosa comportino le missioni spaziali; come se il denaro fosse speso in qualcosa di distante, che nemmeno riguardi il pianeta in cui viviamo; ma si tratta di un madornale errore di prospettiva perché riguarda molto da vicino la vita quotidiana e il destino dell’umanità stessa.
I fondi per le missioni e la ricerca possono e devono affiancarsi a una politica di welfare e di donazioni, una cosa non dovrebbe escludere l’altra. 
Inoltre soldi investiti in ricerca e sviluppo per tecnologia e cultura possono permettere alle nuove generazioni di essere più autosufficienti, dipendendo sempre meno da donazioni e aiuti economici, costruendo un futuro sostenibile.

2 Commenti

  1. E’ sempre molto difficile far comprendere perché delle missioni così lontane dal nostro pianeta, dalla nostra casa, con tempi di realizzazione pari ad anni ed anni (guarda anche la recente missione Juno), possano essere importanti. Magari neanche ce ne accorgiamo, ma quei miliardi di dollari o euro spesi per missioni spaziali di diverso tipo e contenuto, quella miriade di ingegneri che a vario titolo lavorano per portare a termine quella missione, alla lunga possono scoprire, inventare o migliorare tecniche e tecnologie che ci possono aiutare a vivere meglio (come si evince anche dall’articolo). Inoltre, metto in mezzo anche una questione più romantica: lo spazio, la sua conquista o meglio ancora la sua conoscenza, fanno parte di quel grande bagaglio culturale composto da estrema curiosità per ciò che ci sta attorno. L’uomo per natura esplora, si fa domande per cercare risposte, o semplicemente è curioso di conoscere. Una componente importante del nostro stesso modo di essere, che esprimiamo anche con le missioni nello spazio!

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