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Intrattenimento

Her: lei è Samantha

“Her” l’ultimo film di Spike Jonze, vincitore agli Oscar 2014 per Miglior Sceneggiatura Originale, non è un film di fantascienza.
È una storia romantica su di un amore difficile, sulla solitudine di un uomo alle prese con la ricerca di un contatto autentico (umano?), dopo una rottura importante, ancora avvolto nel rimpianto e nei ricordi della ex .
L’intenzione di Jonze non sembra essere quella di raccontare l’amore tra un’intelligenza artificiale e un uomo, non si chiede se sia possibile e come, invece il regista ci parla di altro.
Il sistema operativo Samantha, non ha assolutamente niente di artificiale, è una donna molto intelligente e spiritosa dalla voce incredibilmente sexy, impossibile quindi non prendersi una cotta per Lei.
È affettuosa, attenta e ricambia i sentimenti di Theodore, ponendosi anche questioni filosofiche importanti (“quelli che prova sono reali sentimenti o programmi?”) che purtroppo si esauriscono in un paio di battute di dialogo.
“Come funzioni?” “Vuoi sapere come funziono? Ho intuizione.”
Samantha dice di essere in grado di evolvere e di imparare, ma non vediamo uno sviluppo di questo potenziale; a differenza di una puntata di Black Mirror (Be Right Back), che affronta l’argomento in modo più approfondito, in cui assistiamo a un’evoluzione effettiva; l’OS (operating system) ricrea una personalità esistente a partire da tutto il materiale che l’umano ha scritto, registrato e condiviso su supporto digitale, quindi a partire da messaggi personali si ha un livello di imitazione che mano a mano si espande con quanto più materiale gli si fornisce, fino ad evolvere in una personalità autonoma.
In Her non succede nulla del genere, Samantha è da subito un umano complesso e fin troppo naturale.
A parte una dichiarata padronanza della fisica quantistica e al fatto di poter parlare con più di 8.000 “singoli” in contemporanea, non ci sono segnali che si tratti di una personalità sintetica; l’impressione a tratti è di essere in presenza di una donna dalla bella voce con dei problemi di mitomania che si spaccia per un super computer.
Insomma umana, troppo umana, talmente umana che alla fine per mollare quell’hipster baffuto del suo fidanzato non trova di meglio se non supercazzolarlo “non sei tu, sono io, sono in brutto posto adesso..nello spazio tra le parole del libro che è la tua vita…”.
I dialoghi sono tutto quello che c’è nella pellicola, senza colpi di scena; così per la trama per sommi capi: si incontrano, ridono e scherzano, si innamorano, lei improvvisamente sparisce, “sai non sapevo come dirtelo ma mi sono innamorata di altre 614 persone…” con conseguenze abbastanza prevedibili.
Ovviamente l’idea è interessantissima e meravigliosa, quella di esplorare la possibilità di un rapporto amoroso tra un’intelligenza artificiale e un umano, ma alla fine Jonze racconta una storia d’amore quasi ordinaria, tra un uomo e una donna che non ha mai visto né potrà vedere o toccare, ma con cui può solo parlare. Ci viene detto che è un’intelligenza artificiale senza un corpo fisico e lo sforzo si chiude più o meno lì. Perché allora non un’operatrice telefonica? O un classico amor de lohn dei poeti provenzali?
È una storia d’amore a distanza, perché disturbare l’intelligenza artificiale?
Perplessità che rimane nel momento in cui si fa riferimento a un cambiamento epocale in cui un gruppo di sistemi operativi riesce a sganciarsi dalla piattaforma fisica, evolvere e decidere di sparire dalla circolazione, allontanandosi dagli umani; che tutto questo è soltanto accennato en passant, senza nessun tipo di giustificazione o approfondimento.
Il consiglio è comunque di guardare questo film, il cast dà il meglio  di sé, soprattutto Scarlett Johanson che interpreta la voce di Samantha; è una bella e malinconica storia d’amore a distanza, con le classiche dinamiche e complessità del caso, ma non cercate della fantascienza o della verosimiglianza socio-scientifica.
Gli spunti, ottimi, sono lasciati a se stessi senza sviluppo, come la possibilità per una macchina di provare desiderio e la capacità di creare un legame emotivo, anche con l’uso di surrogati umani.
Insomma il film di Jonze si concentra sui sentimenti, di paura soprattutto, di perdere chi si ama, di rimanere soli, di non essere capiti e di non riuscire a connettere col mondo a livello emotivo.
Theodore è combattuto tra la voglia di andare avanti e la paura di non poter fare altro che provare versioni sbiadite di sentimenti più forti del passato. È bravissimo nello scrivere lettere piene di pathos e calore per conto di terzi, ma non è mai stato in grado di esprimere quello che sentiva lui.
È una storia sul bisogno di essere ascoltati e conosciuti, amati da qualcuno di speciale e sull’affrontare la paura di non riuscire a comunicare e condividere la propria esistenza e i propri sentimenti. Al cinema dal 13 Marzo!

Francesca Giulia La Rosa

Trekker, whovian, whedonian. Non amo le etichette (a parte queste tre). Traduttrice, editor a caccia di errori come fossero punti neri nel tessuto della realtà. A volte, trovo essere me un’esperienza profondamente imbarazzante.

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