Non siete in vena di letture? Potete ascoltare l'intervista sotto forma di podcast seguendo questo link. Buon ascolto!


ON: Ciao Fabio, benvenuto sulle pagine di Orgoglio Nerd con la prima delle nostre interviste agli ospiti di Campus Party. Siamo qui con te oggi perché tu, a Campus Party Italia, terrai un workshop, giusto?
FC: Ciao Giada, e ciao a tutti. Sì, io terrò un workshop sulla creazione di giochi da tavolo scientifici.
ON: Di cui parleremo fra un attimo, ma prima penso valga la pena spendere due parole su chi sei e cosa fai nella vita. Tu sei ricercatore presso l’Istituto di Fotonica e Nanotecnologie del CNR. Cos’è la fotonica, di cosa si occupa questo Istituto?

FC: Dunque, la fotonica è la scienza della luce. È una scienza molto antica, anche se questo nome è piuttosto recente. Viene dal fatto che oggi siamo in grado di controllare la luce a livello dei singoli fotoni. La fotonica sta sempre di più entrando nella vita quotidiana, basti pensare alle fibre ottiche, con cui colleghiamo le nostre case a internet. Le nanotecnologie riguardano invece la possibilità di manipolare la materia a livello nanoscopico, ovvero creare minuscoli dispositivi da utilizzare per l’elettronica e, ovviamente, per la fotonica.
ON: Tu in particolare di cosa ti occupi?

FC: Il mio campo specifico riguarda l’utilizzo di superconduttori, in particolare l'idea di utilizzarli per realizzare il sogno del computer quantistico. 
ON: Ci puoi raccontare di cosa si tratta?
Al livello microscopico le leggi della fisica a cui siamo abituati nella vita quotidiana cominciano a funzionare in modo diverso, piuttosto bizzarro. Nel nostro mondo macroscopico un bit può valere “0” OPPURE “1”, ma un bit quantistico, un “qubit”, può valere “0” E CONTEMPORANEAMENTE “1”. Un po’ come se il qubit esistesse in due diversi universi paralleli con opposti valori. Un computer che sfrutti queste proprietà aprirebbe possibilità attualmente inimmaginabili,per questo giganti come Google e Microsoft hanno cominciato a lavorarci congrande impegno
ON: Tu la fotonica non la fai soltanto a questi livelli complicatissimi, ma la hai anche spiegata al grande pubblico tramite dei giochi.
FC: Esatto. Questa è una mia grande passione che fortunatamente è diventata parte del mio mestiere: raccontare la realtà provando ad utilizzare mezzi un po’ più vicini alle persone. L’idea è quella di usare i giochi da tavolo come strumento per avvicinare le persone alla scienza, e per raccontarla. Ci sono state varie esperienze in questa direzione: il primo gioco che ho sviluppato è stato Quantum Race, un gioco sulla meccanica quantistica, poi ne sono seguiti altri. L'idea principale è far prima giocare le persone per puro divertimento, senza che sia richiesta nessuna nozione di base. Ma il gioco deve far incuriosire lasciando trasparire che sotto c’è qualcosa di più e, senza che neanche i giocatori se ne accorgano, deve permettere di “giocare” con i concetti e le idee che si vogliono raccontare.  
ON: E come funziona praticamente un gioco sulla meccanica quantistica?

FC: In realtà è molto più semplice di quanto sembri. Per esempio Quantum Race è una corsa di automobili su una pista, una delle cose più classiche che si possono immaginare. Ogni automobile è fatta da più pezzi che nel gioco si possono delocalizzare lungo la pista, un po’ come se l’auto si potesse trovare in più caselle contemporaneamente. Proprio come nella realtà avviene ai fotoni, che finiscono per trovarsi contemporaneamente in più posti. Solo che nel momento in cui cui la macchina (o il fotone) viene osservata si ritrova improvvisamente riunita in una precisa casella scelta in modo casuale attraverso un lancio di “dadi. E poi c’è la possibilità di fare altre cose strane, tipiche della meccanica quantistica, tipo passare attraverso i muri o teletrasportarsi. 
ON: Se non erro, questo gioco lo hai portato nei licei, con il progetto Fotonica in Gioco, per i ragazzi. In cosa consisteva e soprattutto come è stato accolto?

FC: Il gioco è stato presentato in varie forme: una versione gigante di circa 10 mq, giocabile in varie manifestazioni, e poi nelle scuole. È stato accolto molto bene, è una delle cose che mi ha più soddisfatto ed entusiasmato: vedere le persone che si avvicinavano semplicemente per divertirsi ma che poi andavano via dopo aver giocato parlando di meccanica quantistica come se si parlasse di calcio. Per un divulgatore è una delle soddisfazioni più grandi. 
ON: Volendo fare divulgazione su certi argomenti, tipo la fisica, verrebbe un po’ spontaneo voler partire dalla prima lezione, con un atteggiamento accademico e noioso. Come si riesce a conciliare il desiderio di spiegare le cose dall’inizio, insito in una mente razionale, e il desiderio di far divertire?

FC: Si tratta di due aspetti diversi e complementari. Da una parte c’è la divulgazione più classica, che comunque amo fare(per esempio con il libro di divulgazione scientifica “L’officina del Meccanico Quantistico”). Questo secondo approccio è invece più finalizzato a suscitare interesse e curiosità. Lo scopo principale del gioco non è tanto trasmettere contenuti e nozioni, ma aprire una “finestra” su un nuovo orizzonte, mostrare che esiste qualcosa che si chiama “meccanica quantistica”, qualcosa che è intorno a noi nella nostra vita quotidiana, e che può anche essere divertente cercare di comprenderla. L’idea è spingere le persone ad appassionarsi e creare occasioni di raccontare la scienza.  Per esempio durante i festival, spesso, il dopo partita diventa occasione per fermarsi a chiacchierare con le persone e raccontare la meccanica quantistica e i suoi vari aspetti, magari per poi spaziare in altri campi.
ON: I ragazzi dei licei hanno anche creato dei giochi loro stessi, giusto?

FC: Questa è stata la cosa più bella. Grazie a un progetto europeo (Photonics4All) è nata l’idea di provare ad immergere le persone nella creazione di giochi da tavolo scientifici.
ON: Cosa che non sembra affatto banale.

FC: Effettivamente all’inizio sembrava una specie di follia. La cosa nacque con l’idea di far creare agli studenti delle scuole superiori giochi che raccontassero la luce. Era una sfida per vari motivi: purtroppo noi non giochiamo tantissimo, creare giochi da tavolo non è banale, e crearne di scientifici ancor meno.
ON: Poi la fotonica non è un argomento molto affrontato al liceo.
FC: Eh sì, è un argomento particolare. Abbiamo deciso di affrontare la fotonica nel senso più ampio: metterci dentro l’aspetto culturale, artistico, storico, filosofico, la luce da tutti i punti di vista. Scienza è parte di una cultura ampia che non può essere divisa in settori. Abbiamo dunque provato a lanciare questa sfida, abbiamo iniziato a girare scuole e festival per raccontarla. Era un esperimento. Avremmo considerato 10 partecipanti un grande successo, ma la cosa è andata oltre le nostre aspettative: abbiamo ricevuto 28 giochi da tutta italia. Siamo rimasti molto colpiti, a volte i giochi sono un po’ ingenui, ma hanno una forza comunicativa e creativa incredibili. Ad esempio Helioscape, il terzo classificato, racconta la storia del fotone che viene prodotto nel nucleo del sole e impiega svariate migliaia di anni per uscire fra rimbalzi e intrappolamenti. È un’idea meravigliosa. A questo punto abbiamo deciso di ripetere l’esperienza con una seconda edizione del concorso “Fotonica in Gioco” che verrà lanciata il prossimo settembre.
ON: Sembra veramente un’esperienza interessante, e fra l’altro potranno provarla anche gli ospiti di Campus Party, corretto? Tu hai un workshop, venerdì 21 luglio dalle 16 alle 18, in cui farai cosa?

FC: In questo workshop, già realizzato in versione ridotta al Festival della Scienza di Genova, partiremo da una piccola introduzione su cos’è un gioco da tavolo. Smonteremo l’idea di gioco da tavolo per poi ricomporla rivestita di un "racconto" legato alla fotonica. Durante il laboratorio ogni gruppo che parteciperà dovrà inventare il proprio board game sulla luce. Poi l’esperienza continuerà la sera alle 20, quando i partecipanti mostreranno i loro giochi, che verranno votati e verrà scelto il migliore.
ON: Non vediamo l’ora di partecipare a questa cosa. Tu che hai fatto divulgazione scientifica tramite libri, giochi, cosa ti aspetti da un evento come Campus Party Italia? Insomma, noi non vediamo l’ora di sentire tutte le storie che gli ospiti avranno da raccontare. E tu come ospite, cosa ti aspetti di portare a casa?

FC: Le parole chiave di Campus Party sono quelle che ho sempre condiviso: innovazione, creatività, condivisione, gli aspetti che spero e immagino di ritrovare e di portarmi dietro. Questo è quello che cerco più di ogni altra cosa.
ON: Allora ci vediamo a Campus Party, grazie della chiacchierata!

FC: Grazie a te e a tutti voi di Orgoglio Nerd. 

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Giada Rossi

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Laureata in Astronomia, aspirante Astrofisica. Curiosa di natura. Scrivo soprattutto di scienza, ma preferisco parlare di cani buffi.